[Questo articolo è uscito su Limina Rivista il 21 settembre 2026.]
Una parola a cui ho ripensato ostinatamente, una volta terminata la lettura dell’ultimo lavoro di Claudia Durastanti, è trasformazione.
L’opera a cui mi riferisco è Falsi amici. Qualcosa che ho imparato su amore, violenza e altre sfumature del potere, raccolta di saggi uscita per La nave di Teseo a inizio settembre: un libro con un’estetica perturbante, declinata nei toni del nero e del rosa, con in copertina un’immagine di Umberto Sartorello del 1983, pubblicata in Viaggio in Italia a cura di Luigi Ghirri. E questa parola – trasformazione – mi si è ripresentata più volte mentre cercavo di tirare le fila del complesso discorso articolato in Falsi amici, nel quale confluiscono moltissimi dei temi cardine di Claudia Durastanti: letteratura e lingua, classi, corpi, femminismo, editoria e musica, America.
Aprendo l’opera con una sorta di favola zoomorfa che stilizza la fatica di autori e autrici nella giungla dei generi letterari, Durastanti dichiara fin da subito il suo primo intento: sperimentate l’autofiction e la fiction pura, è tempo di tentare la strada del saggio narrativo, con buona pace degli ammiccamenti del mercato editoriale che non disdegnerebbero un’altra Pavona «celebre per mostrare le proprie ferite in pubblica piazza» e delle Aquile del passato – quelle scrittrici defunte che, da oggetto di meritorie operazioni di recupero da parte di autrici e studiose legittimamente alla ricerca di maestre, sono diventate l’ennesima istanza femminista cooptata dal capitalismo. Così, nel suo nido e al riparo da queste logiche, la Cicogna-Durastanti prende un bel respiro e inizia a scrivere qualcosa di completamente diverso.

La prima trasformazione riguarda quindi la voce narrante di queste quasi duecento pagine: un’autrice capace di interrogare le forme, di metterle in discussione, di abbandonarle nonostante il successo quando rischiano di diventare target di marketing e dunque gabbie concettuali. Questa riflessione, condotta sempre con spirito franco e propositivo, attraversa più di uno dei saggi: ne Del maiale non si butta via niente a tutti i generi della scrittura si riconosce un costo personale ma soprattutto collettivo. È proprio qui che risiede gran parte della freschezza di Durastanti: la letteratura può agire nel presente in cui viene prodotta in termini di emancipazione e testimonianza, ma deve anche interrogarsi sulla tenuta e sulla vitalità dei propri dispostivi nel tempo, per evitare che bagagli di esperienze e bisogno di riconoscimento pesino nei confronti delle generazioni a venire, «soggette a nuovi ricatti e a vecchie miserie». Lo scrive senza giri di parole l’autrice: la memoria senza trasformazione «resta un aspetto rituale scevro dal cambiamento e soprattutto slegato dal rischio».
Risulta inevitabile ripensare a questa conclusione leggendo il saggio Fascio-romance, in cui Durastanti analizza l’italianissimo fenomeno editoriale dei romanzi storici ambientati durante il fascismo, popolati di personagge impegnate a combattere il regime come vittime o eroine, una produzione sterminata di libri tendenzialmente omologati che si appoggiano su strutture e maschere fisse. L’autrice osserva come in questi testi il fascismo diventi un mero contenuto d’intrattenimento e come ciò sia quantomeno un’operazione singolare nell’epoca del governo italiano più a destra dai tempi di Benito Mussolini; ma anche come le protagoniste di queste storie di lotta e rivalsa finiscano spesso imprigionate in archi narrativi stereotipati e forzatamente pedagogici. La Storia è un palcoscenico inerte, le donne figurine predestinate: una possibile istanza di rottura viene trasformata in una categoria merceologica. Fine del cambiamento, fine della trasformazione.
Ma questa parola, trasformazione, prosegue il suo viaggio negli altri scritti e sprigiona la sua forza liberatoria: è la maternità di chi smette di essere soltanto figlia ed è una figlia come mappa di un futuro, è essere femministe e non odiare gli uomini nonostante quel padre, nonostante quel poliziotto; è cercare la tenerezza in mezzo alla violenza, elaborare la morte del proprio bambino scrivendo canzoni meravigliose, è un corpo che prima si distrugge e poi impara ad amarsi, è uno che diventa due dentro una relazione, è dare un’opportunità ai falsi amici, quelle parole che nel mondo della traduzione possono trarre in inganno ma che ci rivelano qualcosa sui nostri desideri più inconsci; la trasformazione di classe, che ha un nome preciso e una forza sempre più erosa – mobilità sociale -, la trasformazione nel rapporto con il proprio Paese, con le proprie origini: e allora, nella sofferenza, ricordarsi che forse gli USA sono gli Stati Uniti, non l’America. È, anche, la trasformazione della lingua: il lavoro di una traduttrice, come Durastanti, e il lavorio della politica e della società, dinnanzi al quale si dovrebbe sempre restare vigili, soprattutto se invece di trasformazione diventa corruzione (come è accaduto per la parola sicurezza, scrive Durastanti, colonizzata dalle destre mondiali). È, infine, la risposta più efficace all’accezione conservatrice e reazionaria del termine identità, tanto diffusa in questi tempi: sul piano personale, sul piano collettivo, dire a gran voce che no, non siamo sempre le stesse persone, non crediamo sempre alle stesse cose, non avremo sempre lo stesso corpo né i medesimi desideri. Non scriveremo sempre le stesse storie, non cercheremo uguali forme. E meno male.
Falsi amici è insomma un libro denso, complesso, viscerale, un libro che ragiona su verità e finzione in chiave personale senza però mai perdere il suo sguardo politico e collettivo; Claudia Durastanti ci consegna un’autobiografia letteraria e morale intessuta di acume e di profondo amore: verso le persone, i libri e le canzoni, verso certe lune sopra Brooklyn e verso i sogni di un tempo.
Un amore che diventa il carburante per il gesto più trasformativo possibile, nella letteratura come nella vita: evitare gli specchi e cercare le porte, sostenere sempre e comunque il primato dell’immaginazione su quello dell’immedesimazione.


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