(Ho letto questo racconto venerdì 8 maggio, nell’ambito del Festivalino e della serata Le peggiori presentazioni della nostra vita andata in scena allo Zelig di Milano.)
Come nel più classico dei racconti horror, dovete immaginare una situazione di partenza quasi idilliaca, un’apertura narrativa dove tutto va già per il meglio: immaginate un bel pomeriggio di aprile, caldo e col cielo azzurro; un romanzo che sta riscuotendo un buon successo, uscito con un grande editore italiano, che ha dentro molte cose che sappiamo che oggi funzionano: Novecento, guerra, donne, emancipazione, tragedia, riflessione contrita sui nostri oscuri tempi; ma soprattutto immaginate Milano, l’invito ufficiale del Comune di Milano, la Fabbrica del Vapore come luogo della presentazione: coolness da tutti i pori, la sacra triade, l’apoteosi della bolla culturale.
Io mi sento pure un po’ baldanzosa, ho fatto il pienone in una congrega di arzille vecchine nel nulla della campagna cremonese che in realtà volevano solo sbocciare bottiglie di vino con la scusa di abbinarle ai libri letti e ho fatto il pienone in paesi sperduti del Veneto produttivo dai fieri nomi guerrieri, come San Donà di Piave e Concordia Sagittaria, senza essere veneta e senza parlare del Po o della laguna. Insomma: non ho assolutamente alcun motivo per dubitare che oggi, – sacra triade, Milano, Comune di Milano, Fabbrica del Vapore – andrà benissimo.
La presentazione è prevista per le 18.00. Bighellono nei dintorni fino alle 17.50 perché, come sappiamo tutti, a palesarsi troppo presto si rischia di sembrare un po’ disperati e soprattutto di mettere un’ansia tremenda agli organizzatori. Mi affaccio nella saletta quando mi sembra un orario dignitoso: le 17.55. C’è il banchetto con le copie del romanzo e una sorridente libraia che mi saluta con entusiasmo. Le chiedo degli organizzatori. «Non si è ancora visto nessuno», sussurra lei. Mancano cinque minuti. Io intanto mi affaccio a studiare la platea: una ventina di sedie di plastica, immobili e vuote. Alla fine arrivano gli artefici dell’incontro, lei e lui, che per praticità chiameremo Signora delle Istituzioni e Uomo Culturalmente Impegnato. Seguono strette di mano e complimenti.
Si fanno le 18.00: le file ordinate di sedie vuote mi fissano, ma la Signora delle Istituzioni e l’Uomo Culturalmente Impegnato sembrano tranquilli: ma sì, che vuoi che sia, aspettiamo il classico quarto d’ora accademico.
Passano quindici minuti.
La Signora delle Istituzioni si attacca al telefono, fissa lo schermo del cellulare con intensità mistica, forse sperando che esista un’app di “Generazione Spettatori Istantanea”.
Passano venticinque minuti.
Persiste il vuoto cosmico e cresce un silenzio imbarazzato.
Alle 18.35 sono nell’ordine di idee, relativamente sereno, di sloggiare. Grazie comunque, capita, vado a farmi uno Sbagliato alla salute della coolness milanese. La libraia inizia a ricomporre gli scatoloni.
Ma è proprio in quel momento, mentre l’Uomo Culturalmente Impegnato borbotta qualcosa sul fatto che una volta la gente leggeva di più e qui era tutta campagna, che egli appare. Un essere umano. Vivo, che si muove.
Noi intanto siamo appena fuori dalla sala, nel cortile, e lui ci saluta con un timido: «Scusate, è qui la presentazione?»
La Signora delle Istituzioni sgrana di occhi e mi guarda vittoriosa, come a volermi ricordare la potenza degli strumenti di promozione del Comune. Io vorrei dirle Ma di che cazzo stiamo parlando e tuttavia mi trattengo, perché in questa losca faccenda delle presentazioni esiste, per noi che scriviamo, fore una sola regola morale, un’etica quasi cavalleresca: anche con una sola persona in sala, l’incontro si fa. Se questo signore ha sfidato il traffico di Milano, i parcheggi criminali sui marciapiedi distrutti e l’area C solo per sentire me, io gli devo qualcosa. Questo signore, oltretutto, è in sedia a rotelle.
Benissimo. Venga, si figuri, facciamo una cosa informale ma la facciamo. La Signora delle Istituzioni e l’Uomo Culturalmente Impegnato sono ufficialmente resuscitati e abbracciano la causa. La libraia riallestisce il banchetto in fretta e furia. Appare una dipendente dello spazio, pronta a gestire la logistica: la saletta, infatti, è leggermente sopraelevata rispetto al cortile. Ci sono cinque, forse sei gradini. La dipendente invita il signore a salire sul montacarichi che lo porterà al piano della saletta, dritto da me, che fino a cinque minuti prima ero già con la testa nello Sbagliato e adesso devo ricompormi e parlare di gente saltata in aria nel 1918.
Il signore quindi sale sulla pedana. Gli organizzatori sorridono, lui sorride, io sorrido. È un momento di inclusione bellissimo. Schiacciamo il bottone. Il montacarichi sale. Un metro. Un metro e mezzo. E poi, succede: il montacarichi si ferma. Non è un sussulto, non è un contraccolpo. Il motore idraulico emette un sospiro sommesso e muore.
Il signore è lì, sulla sua sedia a rotelle, sospeso a metà strada tra il pavimento e la letteratura. Non può scendere, non può salire.
«Niente panico!», urla l’Uomo Culturalmente Impegnato, mentre inizia a premere freneticamente tutti i tasti del pannello.
Niente. Morto.
«Non c’è problema, chiamiamo la manutenzione, si risolve in un attimo» annuncia la dipendente. La Signora delle Istituzioni, l’Uomo Culturalmente Impegnato e la libraia si accodano al suo ottimismo, l’aria si riempie di una positività che rasenta l’isteria.
Il signore dimostra una dignità commovente: ci sorride dall’alto del suo metro e mezzo di isolamento e ci rassicura, allargando le braccia: «Sono cose che capitano».
Io, nel frattempo, vorrei solo che il pavimento mi inghiottisse. L’unico spettatore materializzatosi è rimasto incastrato in una prigione di metallo e ovviamente la presentazione, senza di lui, non può cominciare. Dalla manutenzione fanno sapere che prima di mezz’ora non si muoverà nessuno. Passa la mezz’ora. Poi passano quarantacinque minuti. Dopo un’ora di stallo messicano, la manutenzione richiama: non ce la fanno, troppi interventi in coda. La dipendente sta per svenire. La libraia vorrebbe forse cambiare lavoro. Il signore sul montacarichi probabilmente si sta chiedendo se un romanzo valga davvero tutta questa fatica. La Signora delle Istituzioni si pente di essere entrata in politica. L’Uomo Culturalmente Impegnato di essere culturalmente impegnato. Io di scrivere.
Poi giunge la decisione drastica: «Chiamiamo i Vigili del Fuoco». La dipendente si attacca al telefono.
Ora, immaginate la scena. La Fabbrica del Vapore, un silenzio spettrale da orario di aperitivo infrasettimanale, e d’improvviso il suono lacerante delle sirene. Arrivano i pompieri. Entrano nella saletta con gli scarponi che rimbombano sul pavimento, le divise pesanti, i caschi lucidi. Pronti a domare l’incendio del secolo o a estrarre superstiti dalle macerie, si trovano davanti un’autrice depressa e un lettore in ostaggio di un pistone idraulico.
I pompieri studiano la situazione. Smanettano, spingono, sbloccano manualmente le valvole. Dopo un quarto d’ora di sforzi e mezze bestemmie riescono a liberare il signore. Lo portano a braccio sul piano della sala. Il montacarichi, però, è ufficialmente defunto. Il caposquadra si toglie il casco, si asciuga la fronte, mi guarda. Poi guarda il libro sul banchetto. Poi guarda di nuovo me: «E quindi? Che dovevate fare qui?» «Una… presentazione letteraria», sussurro con un filo di voce. Lui si stringe nelle spalle: «E allora la faccia. Ormai siamo qui, non ci muoviamo. Così quando avete finito riportiamo il signore giù».
E così succede. Presento il mio romanzo davanti a un unico spettatore civile e a un’intera squadra di vigili del fuoco in tenuta anti-disastro. La Signora delle Istituzioni e l’Uomo Culturalmente Impegnato borbottano tra loro, forse giurandosi reciprocamente di portarsi questa storia nella tomba. Io parlo di trama, di struttura dei personaggi, di ricerca storica. I pompieri ascoltano seri, annuendo di tanto in tanto con fare d’approvazione. Uno di loro si avvicina al banchetto per sbirciare la copertina, poi mi fa il segno OK con il pollicione.
Il signore alla fine compra una copia, felice. I vigili del fuoco no ma si congedano con un applauso di incoraggiamento, che mi fa sentire una recluta al primo giorno di corso. Poi in quattro sollevano il mio unico lettore e lo riportano a braccia nel mondo.
Il caposquadra, prima di andare via, mi rifila una pacca d’incoraggiamento sulla spalla che quasi mi lussa una scapola. Infine si china verso di me, come per mormorarmi un segreto e io ascolto trepidante, perché lo sappiamo tutti che i pompieri trasudano una saggezza superiore: «La prossima volta lo scriva un po’ più corto, così facciamo prima».
Lascia un commento