Questa storia

Questa storia comincia quando ancora non sappiamo che sarà una storia.

Inizia con il solito incontro del mattino, A. che spalanca il portone del cortile e mi sorride e io non gli dico della candidatura al Premio Strega, perché mi sembra di vantarmi e penso che in ogni caso ci sarà modo, tempo, spazio, occasione. Invece, sarà l’ultima volta che lo vedrò. Questa storia continua con un viaggio in un negozio, a progettare un soppalco e una vita insieme: basta un disegno su un foglio, una discussione sulla tonalità del legno, e le prime notizie di Codogno alle prese col virus riecheggiano, incerte, sullo schermo del cellulare, mentre mangio polpette svedesi confezionate fuori Stoccolma e laggiù l’aria dev’essere diversa, più tersa e più fredda, sul lungomare Brobänken con le barche ormeggiate. Questa storia continua nelle sirene delle ambulanze, e deflagra. Non le basta la pianura, si prende l’Italia intera. Ci inchioda nelle case, ridisegnando perimetri geografici ed emotivi. Domandando conto della libertà, stabilendo priorità salvifiche e altrettanto discutibili. Io porto pane, cioccolatini e ranuncoli bianchi a chi sta isolato, lascio tutto davanti alla porta a vetri, ci salutiamo attraverso un bacio soffiato con la mano. Questa storia stabilisce che la solitudine ci salverà, ma oltre quel vetro ho il terrore costante che si muoia soltanto. Nei riti funebri vietati e nell’economia di consumo – l’unica tutelata fino all’ultimo istante utile-, questa storia diventa violenta: non so come la racconteremo, ma dovremo farlo. Le parole sono l’unica liturgia che ci è rimasta. Servirà soprattutto per restituire dignità a questi morti, non grafici che s’impennano e camion militari incolonnati a Bergamo ma persone, persone che hanno pagato l’inadeguatezza del nostro sistema sanitario nazionale – e bisogna cominciare a dirlo, chiaro e forte, per rispetto a queste anime scomparse nella solitudine più aberrante e alle loro famiglie, per rispetto ai medici, agli infermieri, a tutti gli operatori sanitari che da un mese a questa parte combattono con abnegazione una guerra ad armi impari, per rispetto a chi perderà il lavoro, la casa, per rispetto a questi giorni affilati e ingiusti in cui misero l’esercito agli angoli delle strade e ci chiusero in casa, chiedendoci di sopperire laddove loro avevano fallito, e cercando però, di nuovo, e questo non glielo perdonerò mai, di metterci gli uni contro gli altri – l’uomo aggrappato alla ringhiera sul balcone che fotografa e insulta l’uomo che cammina nella via è delazione, odio, fascismo. La mia città, da settimane, si è fatta deserto lunare, stride con la vita gridata dai campi smeraldo che marzo spettina e strattona. Non riesco a non chiedermi se la perentoria disattenzione delle stagioni verso questa tragedia non costituisca un invito a ritrovare un nostro posto nel mondo meno belligerante.

Alexander von Humboldt diceva che il pianeta è una rete fittissima e interconessa e che tutto quello che esiste è legato da fili invisibili: A. che spalanca il portone, il mio silenzio e il mio rimpianto, le chiese che straripano di bare, un medico che da anni fa il suo lavoro senza soldi e senza strumenti e se volevamo la sanità allora dovevamo proteggerla, le persone che faticano a comprendere e a processare le informazioni e sono ostaggi incattiviti della paura e se volevamo più razionalità, coraggio e buon senso, allora ci voleva la scuola; i fiori che crescono, l’aria che si ripulisce, il tempo con le maglie larghe e gli amici e i familiari che ci mancano. Il mondo era fragile, lo è sempre stato: dai moli di Brobänken alla pianura padana, un barca perde gli ormeggi, il tonfo della cima, e se avessimo ascoltato, se avessimo prestato attenzione, avremmo sentito fino a qui.

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