26032020

Se avete mai avuto a che fare con le case di riposo, sapete. Sapete della tenerezza: prendere la mousse a cucchiaiate e aiutarli a mangiare nella luce triste della mensa, i bisticci davanti al televisore, i laboratori di disegno, sentirsi chiamare con il nome sbagliato e rispondere lo stesso, perché nei loro occhi il tempo è un maroso che muta le correnti e riporta a galla fantasmi e sogni; sapete del dolore che rimane nelle pieghe dei saluti, quando è ora di andare, ci si congeda in corridoio in mezzo a chiacchiere urlate se è una giornata tollerabile, nella stanza se le ore proprio non ingranano, sbattono contro il letto, il deambulatore, il crocifisso, contro cose che non si vedono ma che loro riescono a riconoscere tra i granelli di un altro tramonto inutile che si disfa, e allora non hanno più una gran voglia di parlare – e sapete del senso di colpa, irrimediabilmente moderno, che si prova nel tornare a casa e saperli lì, non importa se non si poteva fare altrimenti, se gli operatori sono gentili, non importa se il cortile splende di magnolie in fiore. Se avete mai avuto a che fare con le case di riposo, sapete che bisognerebbe smettere di chiamarli anziani, casi, decessi. I quarantatré morti della Casa di Riposo Santa Chiara a Lodi erano persone. Genitori, nonni, mariti, mogli. Spazzati via dal 21 febbraio al 25 marzo, in silenzio.

Le parole importano anche per voi, e non si tratta di sentimentalismo ma di sentimento, e il sentimento è intellettuale: nel suo significato più antico; capire, comprendere. Penso a voi, alle vostre famiglie, a questa sofferenza arrivata di schianto. Nei grandi numeri di queste settimane suscita uno stupore quasi trattenuto, siamo assuefatti alla conta che cresce. Ma voi esistevate. Eravate amati. Ve ne siete andati soli.

 

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