Due mesi di cose da salvare

 

Il 12 maggio ‘Le cose da salvare’ ha compiuto due mesi. L’ho potuto vedere coi miei occhi in una libreria solo lunedì. Il destino ha voluto che uscisse nel pieno della prima pandemia mondiale dopo cento anni. Ha voluto che fosse complicato acquistarlo e leggerlo, ha voluto che nemmeno oggi si possa cercare in una biblioteca, né raccontare ai lettori durante presentazioni, firmacopie, festival, fiere. È solo un libro, non si ammala, forse nemmeno muore, però è il lavoro di un anno e mezzo, mio e di tante altre persone, caduto nel tritacarne di una tragedia più grande di tutti. Ci sono giorni in cui ci penso con malinconia, e con una buona dose di rimpianto. Però, in qualche modo, questo piccolo libro travolto dal contagio ha fatto cose importanti. Si è trovato a sfondare la quarantena, viaggiando in mirabolanti staffette. Ha fatto compagnia a molti e a molti ha raccontato, tutto sommato, una storia di resistenza e ricostruzione: mi arrivano continuamente recensioni commosse, e ogni volta è una scossa di elettricità dentro il limbo. Mi ha fatto conoscere Francesco Pasquale e Benedetta Senin, dimostrazioni viventi che lavorare bene coi libri è intrinsecamente connesso a una non comune misura di profondità e gentilezza. Questo libro ha riacceso luci e progetti. Questo libro mi permette, oggi, di pagarmi affitto, cibo e bollette nonostante io, come tanti, sia a reddito zero da inizio marzo, e la cassa integrazione continui a non arrivare.

Il 12 maggio ha compiuto due mesi e siamo solo a inizio strada. Una bella salita, senza dubbio, quasi un’arrampicata verticale. Le coincidenze sono solo coincidenze, ma invisibili fili corrono tra le cose che avremmo voluto che fossero e quelle che effettivamente sono: mi concentro ogni giorno per vederli meglio, del resto quei fili da sempre li sanno i libri e gli scienziati e i vati appollaiati negli angoli della campagna, con un fiasco di rosso e il sole sulla faccia, che hanno molti più anni di me. A loro, oggi, ci auguro di tornare.

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La staffetta dei libri

Nessun decreto, nessuna circolare, in queste settimane, ha mai elencato i libri tra i beni di prima necessità. Dietro di me le nuvole sono basse, cariche, la luce grigia si poggia sulla campagna e ogni filo e fiore e uccello è strattonato dallo stesso vento che rallenta la mia bicicletta. Ho appena consegnato due libri. Non cibo, non medicine, solo storie. È vero, in tempo di guerra occorre essere pratici e pensare alla sopravvivenza del nostro organismo biologico. Me lo ricorda il cimitero che si staglia oltre la strada sterrata e il campo, quello che non possiamo più visitare anche se i morti sono i nostri e il rito sarebbe un maniera per iniziare ad accettare questa endemica e collettiva fragilità. So che si muore se manca il pane, se manca l’antibiotico, non se mancano i libri. Eppure le persone li domandano. Ogni giorno di più, con una certa timidezza, come se si trattasse di un lusso di cui vergognarsi un po’. Davvero li portate? Anche un solo libro? Anche se abito fuori dal centro? Quando arrivo, loro scendono di casa e io li aspetto in strada, mascherina, guanti, distanza di sicurezza. Non ci tocchiamo mai, due parole veloci e però se potessero resterebbero più a lungo, con il libro in mano e le ciabatte e gli occhi grati e angosciati, È dura, Passerà, State attente, Grazie.

Scrivo libri da più di dieci anni, non avrei mai pensato che un giorno avrei aiutato a farli arrivare nelle case, pedalando in lungo e in largo attraverso la mia città deserta e ferita. Siete come una staffetta partigiana, ci hanno detto. Ho sorriso, A noi almeno non sparano addosso. Però ho capito: esiste una forma di resistenza anche in questo piccolo traffico di storie e parole. All’idea che basterà tenerci in salute, per farci tornare a vivere. In fondo lo sappiamo, che non è così: bisogna anche restare umani.

 

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“Le cose da salvare” esce proprio oggi, il primo giorno in cui tutte le librerie d’Italia resteranno chiuse. È senz’altro uno strano destino, per un libro. Se siete fortunati, qualcuno ve lo porterà a domicilio; altrimenti resta l’acquisto online e l’ebook.

Non so spiegarvi cosa provo, ma il punto è un altro, e riguarda la nostra prossimità forzata a farsi distanza, il silenzio glaciale di questa mattina oltre i vetri delle finestre, la conta di chi non c’è più e guardate che li conoscevamo, verrà il giusto tempo per dire i loro nomi e ricordarli come meritano.

Il punto è che ho scritto una storia che evoca quello che stiamo vivendo, chiusi nelle nostre case e con un perimetro emotivo brutalmente ridotto, e racconta di come si può restare umani e continuare a sperare. Non potevo immaginare cosa sarebbe accaduto nelle ultime settimane, eppure a volte i libri fanno anche questo: non ci lasciano mai soli, perché in fondo, in qualche modo, già sapevano.


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9032020

Le sirene delle ambulanze, il suono che mi resterà più impresso. Non le conto, ma ne parte una ogni pochi minuti. La città svuotata e il silenzio esitante della sera, quando ogni resistenza si è arresa: le case che diventano pugni di luce e cene apparecchiate. Qualcuno che non vedeva l’ora di tenere il mio libro tra le mani volato via all’improvviso, stanotte: nemmeno il tempo di capire, di salutarsi. Guardare chi soffre attraverso un vetro, un vetro vero: mandarsi un bacio con la mano, lasciare torte salate e pasticcini sull’uscio. Madri e figlie separate dalla quarantena, che non possono neanche condividere il lutto. Amici che non sanno come pagarsi l’affitto, perché non lavorano più.

Avevo scritto un romanzo su uomo che vive isolato nel suo appartamento e riflette su quali siano le cose da salvare. Esce giovedì, con un tempismo strano, fatto di librerie deserte e però noi tutti in quella medesima condizione: chiusi nelle nostre case, concentrati, nostro malgrado, su quello che veramente conta nelle nostre vite. Marzo sei sempre stato il mese della rinascita, stavolta risulta difficilissimo amarti. Ma ne usciremo. La salvezza sta nel rispetto delle regole, nella cura verso noi stessi e gli altri, sta nella calma, nella natura, nei libri, nei film. La salvezza non possiede dimensioni epiche, ma minute e quotidiane. Sta in una tasca, come un amuleto di cui, per lungo tempo, travolti da chiasso inutile, ci eravamo dimenticati.

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Tra un settimana in libreria. Non è esattamente l’uscita che avevo immaginato. Persone a cui voglio bene malate, la mia città, Lodi, immobilizzata e in sospeso, un enorme sacrificio quotidiano che ci viene richiesto: andare avanti con le nostre vite ma non poterci toccare, vedere, riunire, non poter lavorare, guadagnarci da vivere, spostarci, programmare. Un libro, a confronto, non è nulla, lo so. Parole che mormorano una storia. Ho la sensazione di vivere in un incubo docile e ammaestrabile, ma terribile: l’unico conforto è sapere che, presto o tardi, finirà.

“Le cose da salvare” esce tra una settimana esatta, il 12 marzo, perché i libri non li ferma neanche un virus. Spero che leggendolo possa farvi riflettere su cosa merita salvezza e cosa no, di questi tempi ardui: scrivendolo non ho trovato risposte, ma molte domande; e tuttavia quelle forse giuste, forse necessarie, quelle con cui battagliare.

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