Archivio del niente e del tutto

(Esercizio di scrittura, di memoria, di intensità.)

Un bambino è morto, poche ore prima, precipitando da una cascata di montagna, un bambino che aveva la mia età ed era mio amico, forse mentre cadeva io mi immergevo a caccia di pesci bavose sollevando nuvole di sabbia dal fondale, forse lui si schiantava contro le rocce mentre io trattenevo il respiro e facevo scattare il braccio con il retino, forse moriva e io ritornavo in superficie a respirare. Adesso ho dodici anni e lui non é più nulla, sono trascorse poche ore e sto camminando verso casa con mia sorella e mia cugina, abbiamo lasciato la spiaggia infuocata di luglio e procediamo in fila indiana, trascinando i materassini svenuti sull’asfalto. Io da un mesetto ho una cotta per un attore televisivo che si chiama Emilio Solfrizzi e che recita in una tremenda fiction Mediaset ambientata in una scuola, qui al mare insieme ai miei nonni non ce ne perdiamo una puntata, e il mio pensiero luttuoso più urgente, la mia preoccupazione più sincera, ciò che davvero penso mentre trascino il materassino lungo la nostra processione ammutolita e che non oso confessare, è che stasera non la guarderemo.

Un sogno ricorrente, al tempo della scuola elementare, in cui un grosso cane dal pelo irsuto mi insegue in una città di cupole e case squadrate, somigliante all’Agrabah di Aladino, il cane sembra in grado di camminare eretto come un uomo e la città è spopolata; io fuggo e soprattutto tento di nascondermi dietro i muri delle case squadrate, ma sempre i piedi mi scivolano oltre le pareti degli edifici e sempre il cane mi trova. Non so cosa accade dopo, perché il sogno si interrompe lì.

Fare l’amore con un uomo sposato, un pomeriggio d’aprile, gli sto sopra quasi per tutto il tempo, se abbasso gli occhi vedo il mio seno che ondeggia, se guardo dritta davanti a me ci sono i tetti di Milano. Mi succederà altre volte, di stare con uomini che non sono liberi. Un po’ per amore, spesso per sfrontato desiderio; la vergogna è un sentimento che raramente mi appartiene, ma non so se è una fortuna.

A Londra, in un mio vecchio lavoro, faccio un errore e mento per coprire le mie responsabilità; in ufficio mi credono tutti perché sono quella affidabile, onesta, integra. Molti anni prima, in seconda o terza media, durante una verifica di storia dell’arte i miei compagni nascondono il libro di testo in un bagno e poi durante il compito continuano a chiedere all’insegnante il permesso di andare ai servizi. Lei dopo un po’ si insospettisce ma decide di non andare a controllare di persona; chiama me, in mezzo all’aula, mi guarda negli occhi e mormora: “Ilaria, di te mi fido ciecamente: c’è un libro nel bagno?” Io vorrei dire la verità ma la classe mi osserva, è un branco in attesa di sapere se da lì in poi sarò una di loro: così mento. Ripenserò a quella professoressa e alla mia vigliaccheria per molti anni a venire, chiedendomi che cosa in quel giorno misi davvero in salvo e cosa persi per sempre.

Ho sentito, per tutta la vita e in una maniera un po’ supponente, di essere destinata a qualcosa di speciale, di unico, e forse è anche per questo che delusioni e fallimenti mi turbano ma non mi annientano; ho come la percezione che verrà sempre qualcosa di meglio, ma non ho ancora capito se si tratta di ottimismo o di presunzione.

Per un po’, da bambina, racconto a mia sorella, a mia cugina e ad alcune amiche delle storie incredibili di fantasmi, battaglie tra ragazzini nei boschi e ricchissime adolescenti inglesi che possiedono castelli sulla riviera ligure. Non so perché ma, come se si trattasse di una questione decisiva, assicuro sempre che sono storie vere e per parecchio tempo vengo creduta. Quando si rompe l’incanto e le bugie devono essere svelate, io mi oppongo, mi arrabbio, piango: non voglio ammettere che i mondi che ho inventato non esistono, non accetto che la mia immaginazione non possa nei fatti superare la realtà come invece è già accaduto, per un abbaglio protratto e condiviso, attraverso le parole.

Il sapore della scaloppina impanata con il sugo al limone che mi sembrava sapesse di vomito, e che nemmeno oggi riesco a mangiare. La collego al mio balbettare da bambina, a una casa di cui ho ricordi confusi, a una maestra che mi prendeva in giro per la mia difficoltà a parlare in maniera fluida: Paperella, mi aveva soprannominata.

Mia madre, alla fine degli anni Novanta, arrabbiata o triste come a volte accadeva. Io che in cucina, senza farmi vedere, preparo cracker con un velo di maionese ed erba cipollina, li dispongo su un piatto, glieli porto. Sono convinta che così la aiuterò, che così starà meglio, non so dire se per il cibo o per il gesto. Ovviamente non è vero ma lei spesso me lo fa credere, mi abbraccia e mangia i cracker.

Da adolescente non avere voglia di uscire la sera, di andare a ballare, di vestirmi bene per piacere ai ragazzi. Farlo lo stesso, spesso, per non restare sola; sentirmi molto più vecchia, stranamente malinconica, ottusamente diversa. Cercare i libri, volere i libri, a volte dormirci insieme. Dare il primo bacio a diciotto anni e pensare, fuori da un pub nella notte di agosto: ecco, adesso sono normale anche io.

Gennaio 2002, poco dopo le vacanze di Natale, nel soggiorno dei miei nonni, gonfio di mobili antichi e fumo di sigarette. Mio nonno maneggia i primi euro, monetine infilate in tubolari di plastica trasparente. Fa confusione con i tagli, ripete e sbaglia ancora, lui ride, ridiamo anche noi. Ho quattordici anni, lui ne ha appena compiuti ottantuno. Morirà un paio di settimane dopo, in un letto d’ospedale, e quella sarà stata la nostra ultima volta insieme.

Da adulta il desiderio che inumidisce e bagna durante lunghe passeggiate notturne e pensare che va bene, perché è il contrario della morte.

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