La prima volta in carcere

Due settimane fa, per la prima volta nella mia vita, entro in un carcere. Lo faccio in un freddo sabato azzurro di sole, siamo lì per tenere una lezione su Omero e Ovidio e in mano ho una decina di fogli stampati, ci sono i miei appunti su Andromaca che supplica Ettore di non scendere ad affrontare Achille e su Orfeo che non dovrebbe voltarsi mai, risalendo dal mondo dei morti, eppure la paura sarà più forte, sarà intollerabile.

Arriva un agente a scortarci, baffuto e gentile, il corpo grosso e affusolato come quello di un felino. Lo seguiamo dentro un labirinto di corridoi tagliati da porte blindate, le pareti sono verdi e azzurre, l’agente leone ci conta e quando è sicuro che nessuno è rimasto indietro si porta la radio alla bocca, la radio ronza, la porta dietro di noi si chiude con un clangore e quella davanti si apre, a un certo punto perdo il conto di quante volte succede, so soltanto che per una manciata di secondi entrambe le porte restano serrate e io penso che dev’essere una cosa inafferrabile come quella, deve somigliare a un dolore così: non avere più alcuna speranza. Quando giungiamo al corridoio con le celle mi sembra che ci sia moltissima luce ed è vero, perché l’edificio è antico e le grandi finestre sbarrate inondano i pavimenti di linoleum e i muri scrostati di un chiarore dorato, le celle sono spalancate e decine di uomini in tuta ci salutano e ci osservano, siamo pesci che da un oceano sono piombati in un acquario. Scendiamo nella sala, ci disponiamo in cerchio, loro per due ore ci ascoltano parlare d’amore attraverso la poesia millenaria. Astianatte piange davanti all’elmo del padre, l’Ade reclama la defunta Euridice: chi siamo davvero quando muoviamo guerra, una qualsiasi guerra? E amare significa accettare la morte o combatterla? Loro non si tirano indietro, rispondono, discutono, trattengono il fiato durante le letture e in quel momento dimentico dove siamo, forse un po’ ce lo dimentichiamo tutti, la bellezza delle parole, prima ancora che senso di una storia, diventa questo abbaglio sfrontato. Alla fine vengono a ringraziarci, stringono le nostre mani, é il momento di tornare dietro alle sbarre, noi fuori nel sole. Una risalita come quella di Orfeo, senza vento e senza guardarsi alle spalle.

Ma io dal mito non ho imparato niente e lo faccio, mi volto mentre le porte scattano, mentre quel regno di morti si contrae e si sigilla, inghiottendo il ragazzo marocchino che diceva che sì, potendo avrebbe riportato in vita sua madre, e il neonazista commosso per un bambino che una mattina di tremila anni fa ha avuto paura del proprio padre guerriero.

Lascia un commento