[Questo articolo è uscito su Il Libraio il 14 febbraio 2026.]
Quest’anno vado per i trentanove anni, che si converrà non sono esattamente l’età verdissima del germoglio e dell’affacciarsi, cuore gonfio e nessuna esperienza, al mondo. Eppure in Italia, dove vivo e lavoro, sono ancora considerata una persona giovane, una scrittrice giovane; a volte giovanissima.
Se da un lato comprendo che questi appellativi possano dipendere in parte da una forma un po’ vetusta di cortesia dei miei interlocutori e dal mio aspetto – da brava millennial dimostro oggettivamente qualche anno di meno, il che va di pari passo con il mio ritardo su tante tappe considerate adulte della vita – dall’altro mi chiedo quando avverrà il mio passaggio formale all’adultità: al non essere più definita in base all’età anagrafica ma solo alla luce di chi sono e di quello che faccio. Dipenderà da un crollo repentino della mia faccia o da una soglia numerica collettivamente considerata come ingresso inappellabile nell’autunno dell’esistenza? Oppure da encomiabili e continuativi risultati professionali?
Perché ecco, io un po’ questa sensazione ce l’ho: che la mia supposta gioventù serva soprattutto a indicare la categoria in cui mi è consentito gareggiare: quella dei pulcini o al massimo degli juniores, il tavolo dei grandi è un altro; e forse significa che non posso ambire ad alcuna piena autorevolezza, ma a una considerazione ancora tenera, benevola, la considerazione del si vedrà: la generosità riservata a chi è in perenne attesa di un futuro che non arriva mai.
Ma di cosa parliamo davvero? Che cosa ci definisce giovani, se il criterio anagrafico non conta più? Pesano, certamente, le tappe a cui facevo riferimento, quegli snodi che in Italia decretano l’inizio della vita adulta e che a me mancano quasi tutti: a trentotto anni non ho figli, non possiedo una casa, né un’automobile.
Noi Millennial (i nati e le nate tra il 1981 e il 1996) siamo cresciuti in mezzo all’instabilità economica: durante la crisi finanziaria del 2008 stavamo finendo di studiare o stavamo cercando il primo impiego e il mondo è crollato. Dopo sono arrivate la crisi del debito sovrano, la stagnazione dei salari, la pandemia del Covid-19, una giostra di eventi abbastanza catastrofici da generare conseguenze collettivamente brutali, come l’uscita ritardata dal nucleo familiare, la fuga all’estero, l’impossibilità di accedere a prestiti bancari, a contratti stabili, a basi finanziari solide.
Oggi non siamo più giovani ma in molti casi languiamo ancora in queste paludi e allora forse ci chiamano ragazzi e ragazze perché la società fatica a prenderci sul serio: un po’ può darsi che sia colpa nostra, che tiriamo avanti nella trepidante e triste speranza di una possibilità ancora da afferrare; un po’ può darsi che le generazioni più anziane si ostinino a leggere il mondo con parametri superati, preferendo autoproclamarsi gli unici veri adulti.
E poi ci sono i giovani reali: la Generazione Z, la Generazione Alpha, la Generazione Beta. Persone forse più attrezzate dei fratelli e delle sorelle maggiori per questo mondo complesso; nativi digitali immersi nel nuovo millennio, pur con i propri fantasmi. Sono una minoranza e lo dicono i numeri di una nazione che invecchia e un dibattito pubblico che ne parla solo in termini emergenziali: culle vuote, ricambio mancante, sistemi pensionistici al collasso.
Io, personalmente, ho due grandi fortune.
La prima è che lavoro in una scuola ed è lì, nel confronto con le persone realmente giovani, che mi sento finalmente adulta. Avverto tutta la responsabilità di provare ad accorciare le distanze, di prendere in prestito i loro occhiali per guardare il mondo e provare a capirlo prima di giudicarlo, di esplorare il loro tempo senza considerarlo peggiore solo perché diverso dal mio. Di combattere l’oscena tentazione di idealizzare il passato solo perché lì ero, davvero, giovane.
La seconda è quella di occuparmi di scrittura e di letteratura, che insieme forse costituiscono il più grande esercizio umano di rappresentazione della complessità: non esiste migliore antidoto a stereotipi, categorie rigide e semplificazioni scivolose.
Nel 2018 uscì per Città Nuova Editrice un bel saggio di Paolo Di Paolo e Carlo Albarello, intitolato C’erano anche ieri i giovani d’oggi: l’ho sempre trovato la sintesi perfetta di questo paradosso storico, dal momento che la gioventù è solo un ruolo che ciascuno ricopre prima di passare a quello successivo. Chi oggi lamenta la presunta superficialità dei ragazzi e delle ragazze dimentica che essi sono il prodotto del mondo che noi abbiamo costruito per loro. E a dire il vero la mia impressione è che queste persone realmente giovani abbiano da offrire molta più intelligenza e molta più disponibilità a cambiare degli adulti arroccati nelle loro convinzioni.
Forse, in quanto adulti, dovremmo semplicemente smettere di cercare specchi in cui vedere riflessa la nostra immagine passata e metterci davvero in ascolto: il futuro esiste già e ha una voce.
Da parte mia, nei panni della scrittrice perennemente giovanissima, da un po’ ho deciso di non rincorrere più un posto al tavolo dei grandi: vorrei apparecchiarne uno nuovo, dove l’anagrafe ceda il passo al dialogo e dove, finalmente, si possa stare tutti seduti alla stessa altezza.
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