La morte e il desiderio

Credo di aver capito che cos’è davvero la morte un giorno d’estate di ventisei anni fa ed è lì che torno sempre, nei miei pensieri e nella mia scrittura. Torno alla salsedine che avevo sulla pelle, al bagnasciuga stretto e affollato di teli su cui restavano sdraiate per ore le mamme, come le chiamavamo; la mia, sua sorella (mia zia), le amiche venute a trovarle dalla città. Torno ai miei dodici anni (è luglio e ne farò tredici a settembre) e a come mi sentivo in quel periodo: il mio corpo stava cambiando, avevo già un po’ di seno e faticavo a farci pace, il disagio di dover dismettere gli slip e arrendermi al costume intero; ricordo la vergogna dei capezzoli sotto il tessuto bagnato, si inturgidivano appena mettevo piede in acqua e li sentivo indurirsi fino a farmi male. Leggevo tantissimo: andavo per fissazioni ossessive, mi legavo ai personaggi come se fossero stati in carne e ossa e non dimenticherò mai la sofferenza che mi travolse nel leggere le ultime pagine di The final problem, quando Sherlock Holmes precipita insieme al professor Moriarty giù dalle cascate di Reichenbach. Lo credetti morto finché il papà di un’amica non mi rivelò che Conan Doyle, inviso al pubblico per aver ammazzato il suo protagonista, aveva fatto risorgere Holmes nel racconto The Adventure of the Empty House. In quelle settimane vissi un lutto vero, potente. Mi buttavo in mare verso il tramonto, nuotavo fino al frangiflutti e mi arrampicavo sull’ultimo scoglio della fila di rocce, quello che sporgeva affacciandosi verso l’orizzonte aperto. Me ne restavo seduta lì da sola, ad assaporare quel senso di perdita, sprofondando in quel dolore a cui non sembrava esserci rimedio: eppure mi avrebbero mostrato che, almeno nella letteratura, esisteva.

Se ci ripenso oggi mi faccio molta tenerezza, e forse anche un po’ di tristezza. Non sapevo nulla, speravo in tutto. Mi sembrava di percepire ogni avvenimento e ogni essere umano con un’intensità che era soltanto mia, e che mi isolava dagli altri; mi sentivo un animaletto con un corpo troppo piccolo per contenere quel subbuglio di languore e slanci e disperazione che alle volte mi prendeva davanti alle più ordinarie faccende della vita – allora si parlava di bambini sensibili, oggi chissà, forse analizzerebbero il mio cervello cercando una qualche neurodivergenza. Mi sembrava di vedere cose che gli altri non vedevano. Ed era così, perché le immaginavo: come vederle, anzi un gesto più esatto e pervadente. Poi quel giorno di ventisei anni fa qualcuno morì davvero, ma non era un personaggio di una storia: era un bambino come me, aveva dodici anni come me, si chiamava Andrea ed era mio amico.

È lì che sono tornata tutte le volte, quando attraverso la scrittura ho provato a sfiorare il cuore incandescente del mio rapporto con la morte, e quindi con il vivere mio e di chi amo. Non ho ancora capito tutto. Non lo capirò mai. Ma so che è lì che è iniziato molto del mio modo di intendere le storie e la realtà, la carne e la sua dissoluzione. L’amore, e il potere della lingua (gli adulti, quel giorno sulla spiaggia, piangono e gridano, è arrivata la telefonata che annuncia la morte di Andrea; io li contemplo e capisco che la loro lingua si è rotta, si è perduta). Il mio rapporto con quel seno che iniziava a sporgere, a farmi guardare; il legame che tuttora ho con il mio corpo, il modo in cui l’ho usato e vissuto, il mio legame con il sesso e con il piacere.

Invece molti anni dopo, dentro la camera di un hospice, vidi un uomo morire. Era il padre del mio ex compagno, consumato da un tumore feroce. Credo fosse aprile o maggio, c’era un sole testardo che si aggrappava alle maniglie del letto ospedaliero. Nessuno sapeva che sarebbe accaduto in quel momento, e che lui nonostante la sedazione e gli antidolorifici sarebbe riuscito a parlare. Ricordo le sue smorfie, gli occhi chiusi. Sua moglie che con voce dolce e spezzata gli sussurrava Vai, vai amore mio. Lui disse che aveva paura. E poi morì. Più tardi andai a tenere una lezione in un laboratorio di scrittura. Nella pausa uscii dall’aula, che si affacciava su un chiostro raccolto e incantevole. Il mio ex compagno era già ex, era stato difficilissimo lasciarlo, nutrivo molti dubbi. Nel frattempo il mio corpo era in pieno risveglio e in quei mesi io mi ero sentita irrequieta come non mai. Per oltre un anno, da quella primavera in poi, ebbi relazioni con diversi uomini. Cercavo il sesso, ma non era quasi mai distinto da una profonda connessione mentale – eppure non volevo restare a lungo con nessuno di loro. Avevo visto un essere umano dire che aveva paura e poi morire, nell’abbraccio della sua famiglia dentro un pomeriggio di sole.

E infine ieri: il funerale nel paese d’origine di mio padre, i campi spazzati dal vento freddo e la chiesa con accanto il mercato del venerdì mattina, i formaggi e le verdure e i calzini a metà prezzo. Ascolto la predica e come sempre non riesco a distogliere gli occhi da tutto il sangue che cola dalle chiese cattoliche, dai Cristi crocifissi con l’espressione annichilita e dalle Madonne piangenti, dal vino e dall’ostia. Il prete dice che la fede non risolve il dolore, che il vuoto che sentiamo è giusto e normale, ma che l’agnello di dio ha mostrato la via per la resurrezione. Al cimitero chiudono la tomba di Domenico, cugino di mio padre, un uomo che è stato ruvido e bellissimo. Un rumore concreto di attrezzi da cantiere, marmo, sigillature. Ci si allontana schiacciando la ghiaia con scarpe ancora invernali mentre la campagna di rogge e larici anticipa la nuova stagione. Laggiù non vi è sangue ma cieli sgombri e voli precoci di uccelli migratori. E io, ancora, penso alla morte e al desiderio.

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