ILARIA ROSSETTI

"Il ladro onesto, Il tenero assassino, L'ateo superstizioso"


Alcune cose sul lavoro (non solo culturale)

Oggi ho consegnato l’ultima revisione del mio nuovo romanzo, che uscirà tra pochi mesi. È il sesto libro che scrivo e siccome non vendo come Fabio Volo no, non vivo solo della mia scrittura.

Non vengo da una famiglia ricca, non vengo da una famiglia di scrittori, ogni passo in questo mondo l’ho mosso esclusivamente con le mie forze, a partire da quell’invio di un manoscritto imbustato che feci ventenne nel lontano 2008 alla Giulio Perrone Editore. Vengo dalla provincia e ho sempre fatto tanti lavori diversi, arrangiandomi come potevo. A quindici anni ho iniziato ad ammazzarmi di ripetizioni, a Londra ho fatto caffè e pulito cessi iniziando la giornata sull’autobus delle 4.45 che fermava a Mile End Road e ho lavorato in una multinazionale, in Italia ho fatto la commessa e poi, per tanti anni, l’insegnante di inglese nelle scuole private, ho provato la strada dell’associazione culturale, ho gestito un locale con alcuni amici, tirando l’alba prima di tornare a fare lezione. Tutto meravigliosamente sottopagato. Quando nel 2019 ho vinto il Premio Neri Pozza – venticinquemila euro che mi sarebbero arrivati di lì a una settimana – ne avevo dieci nel portafogli e tre sul conto: ricordo, la mattina successiva a Vicenza, di aver pranzato con una brioche.

Questo non per farmi un applauso da sola, ma per smontare la narrazione che chi fa libri con case editrici importanti è per forza un raccomandato con chissà quali amici nelle stanze del potere culturale e chissà quanti soldi in banca, e dire quello che sto per dire con un filo più di credibilità (spero).

Le cose si possono fare anche partendo da zero, facendo quadrare i conti e mantenendosi come si può, senza una casa di proprietà, senza una famiglia che ti possa sostenere economicamente. È facile? No. È una tragedia? Ecco, nemmeno.

Seguendo il dibattito sul lavoro culturale mal pagato di questi giorni, ho sentito fin da subito un certo disagio e ci ho messo un po’ a mettere fuoco il motivo. Poi ho capito: mi sembrava tutto enormemente autoriferito e (perdonatemi) pure un po’ classista. Perché se si alzano gli occhi oltre il proprio giardino di difficoltà e frustrazione (giuste e legittime), ci si accorge che l’Italia è da parecchio tempo (ma da tanto) un posto dove le persone si fanno il mazzo dalla mattina alla sera guadagnando una miseria.

Il problema non è il lavoro culturale, è il lavoro povero. Andiamoci a vedere i salari italiani e le forme contrattuali più diffuse, il numero degli autonomi forzati, degli stage e della mobilità; in Italia pure i medici preferiscono lavorare a gettone.

Ecco, secondo me c’è un discorso molto più collettivo, molto più radicale, che andrebbe fatto. C’è bisogno delle piazze, di richieste politiche. E di una cultura che racconti queste cose, che le rappresenti nella loro complessità, che spalanchi queste domande senza averne timore.

Le persone prima mangiano e si curano, poi se riescono comprano giornali e libri. È brutale ma è così, ed è inutile raccontarsela diversamente.



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