ILARIA ROSSETTI

"Il ladro onesto, Il tenero assassino, L'ateo superstizioso"


La stagione che non c’era. Un attimo prima del baratro.

[Questo articolo è uscito su Limina Rivista il 27 ottobre 2025.]

A fine febbraio 2020 io e il mio compagno stiamo pranzando ai tavoli di un’Ikea del nord Italia, è un venerdì, è un viaggio in un negozio a progettare un soppalco e una vita insieme: basta un disegno su un foglio, una discussione sulla tonalità del legno, e le prime notizie di Codogno alle prese col virus riecheggiano, incerte, sullo schermo del cellulare, mentre mangio polpette svedesi confezionate fuori Stoccolma e laggiù l’aria dev’essere diversa, più tersa e più fredda, sul lungomare Brobänken con le barche ormeggiate. Questa storia insomma comincia quando ancora non sappiamo che sarà una storia.

Un momento prima il mondo è fatto in una maniera, l’attimo dopo tutto è cambiato per sempre: le narrazioni funzionano per congegni, mentre sappiamo benissimo che la vita è tutta un’altra faccenda. La soglia tra il prima e il dopo, il crinale del cambiamento epocale che si sta consumando sotto i nostri occhi ma di cui ancora non riusciamo a distinguere bene i contorni – forse non siamo in grado, forse non lo vogliamo davvero – è uno spazio familiare a molte persone, soprattutto quando parecchio tempo dopo torniamo vi ritorniamo con la mente, cercando di non soccombere alla nostalgia e piuttosto armandoci di bisturi, per l’autopsia di qualcosa che non esiste più: sembra essere questo il cuore struggente del nuovo romanzo della scrittrice e traduttrice Elvira MujčićLa stagione che non c’era (Guanda, 2025).

Ambientato nella Jugoslavia del 1990, in un momento in cui le tensioni nazionaliste cominciano ad acuirsi, ma appena prima dello scoppio della guerra, il romanzo è costruito sulle vicende di tre personaggi molto diversi, accumunati tuttavia da un sentire, sempre più doloroso, di precarietà e incertezza. Sullo sfondo di S., piccola cittadina della Bosnia orientale, si muovono Nene, giovane artista appena tornato a vivere dai suoi genitori dopo alcuni anni a Sarajevo, la sua vicina e amica di vecchia data Merima, impegnata politicamente, e sua figlia Eliza, una bambina di otto anni che non ha mai conosciuto il padre. Tutti e tre sono attraversati da desideri profondissimi, che l’avvicinarsi del disastro sembra rendere ancora più brucianti: Nene è ossessionato dal destino del suo Paese e dalla necessità di imbastire una memoria collettiva fatta di oggetti, una sorta di capsula del tempo in formato mostra che possa raccontare anche alle future generazioni cosa significava essere jugoslavi; Merima non riesce ad accettare che la Jugoslavia (e la sua utopia) possa disintegrarsi e con lei gli ideali su cui ha costruito la sua intera esistenza; Eliza sogna di riabbracciare una figura paterna che fino a quel momento ha potuto soltanto immaginare.

La tensione narrativa si dipana nell’attesa dell’inevitabile o, meglio, di ciò che il lettore sa essere inevitabile e che Mujčić sfrutta sapientemente attraverso una combinazione di precisi riferimenti storici, come il discorso di Ante Marković del 29 luglio 1990 o le misure di Slobodan Milošević contro gli albanesi del Kosovo, e l’evocazione dell’atmosfera sempre più rarefatta e soffocante che scende su S. mentre si scivola inesorabilmente verso l’esito finale.

I fatti della Storia parlano a Nene, Merima ed Eliza, ma lo fanno anche le sensazioni e il paesaggio: la diffidenza che inizia a serpeggiare tra le persone, la pioggia che ingrossa il fiume e che si porta via lo studio di Nene, il fango che incrosta gli oggetti della sua arte incompiuta. Quel “davamo sempre il meglio in prossimità delle tragedie» risuona come una consapevolezza cupa, condivisa da chi resta ma anche da quelli che, potendo, stanno decidendo di lasciare la Jugoslavia.

Nella calma quasi irreale della provincia – ed è una scelta, questa di Mujčić, molto interessante, che si allontana dai riflettori della grande città – i tre protagonisti del romanzo sembrano incarnare la stratificazione generazionale dinnanzi al collasso: se Nene e Merima sono adulti che guardano al passato temendo la sua scomparsa e desiderando a tutti i costi di poter preservare un’identità, adulti che vivono il conflitto personale e politico, Eliza erediterà le macerie di quella Storia, di cui è stata solo tardiva spettatrice ma che la segnerà per sempre.

Da lontano, Elvira Mujčić osserva i propri personaggi muoversi sul ciglio del mutamento irreversibile: «Non si sa mai il momento esatto in cui si poggia il piede sulla pietra che proprio in quel momento si stacca dalla roccia del precipizio e non c’è ritorno».

Ci sono molte questioni che attraversano il romanzo, questioni che riguardano senza dubbio la storia della Jugoslavia ma che interrogano anche l’Europa di oggi senza tanti nascondimenti: il lascito di un progetto politico di unità e convivenza che fallisce ma che i suoi cittadini cercano di proteggere fino alla fine, il ruolo dell’arte come testimonianza e quello del trauma come drammatica definizione della propria identitàla possibilità che confini e appartenenza non rappresentino soltanto delle barriere. Sono domande aperte, che non trovano una risposta, così come il conflitto narrativo incombente non si scioglie in una risoluzione nel finale, perché la storia de La stagione che non c’era si conclude (giustamente) prima.

La città di S., con i suoi ritmi rallentati e gli anziani disillusi, prima assiste all’agonia della Jugoslavia quasi con distacco, poi ne viene brutalmente travolta, e qui ancora una volta la scelta di un’ambientazione provinciale risulta vincente. Nemmeno gli oggetti resistono alla frana: la mostra che Nene sta mettendo insieme finisce quasi del tutto distrutta, la tessera del Partito di Merima strappata. L’unico slancio, forse la resistenza più coriacea e allo stesso tempo tenera, è quella della piccola Eliza, che progetta di scappare fino al Montenegro per conoscere il padre.

Elvira Mujčić divide il romanzo in tre parti, SedimentiEmersioni e Dissolvenze, una struttura che per il lettore attento funziona come bussola storica ed emotiva, ed è capace di accompagnare Nene, Merima ed Eliza con registri sempre diversi, più lirici o più acuminati a seconda del momento, passando dal terrore di una bambina che ha appena schiacciato la coda di una lucertola a quello di due adulti che discutono del futuro che li attende e forse un po’ si vogliono bene ma non sanno dirselo e si chiedono come li vedranno le generazioni che verranno: «Sembreremo dei marziani? O peggio, ci archivieranno come impostori?».

Infine, l’ultimo grande interrogativo che il romanzo di Mujčić pone: quale responsabilità abbiamo, individualmente, davanti ai grandi mutamenti della Storia? Possiamo soltanto farci da parte? Oppure dobbiamo e possiamo trovare la forza di opporci e combattere?

Tutti e tutte noi, almeno una volta, abbiamo osservato il mondo che conoscevamo disintegrarsi, e forse siamo stati un po’ Nene, un po’ Merima, un po’ Eliza. Anche per questo, e in forza a una scrittura limpida e controllata, La stagione che non c’era ci parla apertamente, senza fare eccezioni, scongiurando la retorica della memoria e dialogando con forza con il nostro presente.



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