ILARIA ROSSETTI

"Il ladro onesto, Il tenero assassino, L'ateo superstizioso"


Non tutti gli uomini ma sempre un uomo.

È sempre un uomo la persona che mi fissa con insistenza sul sedile frontale del treno, che per strada mi chiama urla commenta le mie gambe o la mia faccia o il mio seno, è sempre un uomo che con il buio mi fa preferire l’auto al mezzo pubblico, la bicicletta alla passeggiata, è sempre un uomo la ragione per cui a volte cambio marciapiede e vagone, per cui tengo le chiavi nella mano mentre sto rincasando, è sempre un uomo quello che mi spiega, che sa di più, che dice meglio.

È quasi sempre un uomo, infine, a uccidere una donna.

Io ho trentasei anni e sono cresciuta così. Questa è stata ed è la mia normalità, ci sono immersa al punto che a volte dimentico di farci caso ma poi, in fondo, so che è meccanismo di difesa: per non fermarmi a pensare, una volta in più, a quanti condizionamenti subisco nei miei movimenti, negli spazi che occupo, nelle mie interazioni con gli altri. Perché pensarci fa piangere di rabbia. Di fatto la mia libertà non è la stessa di un uomo, perché sono condannata ad avere paura e dovermi proteggere. Io sono una donna e per tutte le donne, in Italia, questa è la vita.

Questo, in poche e spicce parole, e nella sua realizzazione più pratica, significa cultura patriarcale. Non tutti gli uomini la praticano, ma è sempre un uomo a farlo. A volte anche una donna. Ma chi mi molesterà, chi mi farà del male, chi mi costringerà a cambiare marciapiede sarà sempre un uomo.

Pensare che si tratti di casi isolati, di mostri, di una violenza che riguarda indistintamente tutte le parti della società, non è solo una miope semplificazione ma è anche un approccio pericoloso. Significa deresponsabilizzare e rifiutarsi di capire che non servono solo correttivi immediati ma una rivoluzione molto più profonda e complessa, che metta in discussione i modelli educativi e comportamentali a cui troppi uomini sono ancora esposti.

Non tutti gli uomini ma sempre un uomo non lo diciamo per iniziare una guerra (veramente ci siamo già, e sono le donne a venire ammazzate – quest’anno una ogni tre giorni), ma per legittimare una discussione che non esaurisca la sua spinta dopo la commozione e lavori per un cambiamento radicale nella società. Vuol dire doversi occupare di affettività, istruzione, benessere, linguaggio, comunicazione. Non è qualcosa che faremo in un giorno. Non è un gioco. Non è un capriccio. Non sono slogan, non è retorica. È, nonostante tutto, sperare che si possa smettere di morire così.

Perché la potete girare come volete, non saranno tutti gli uomini, ma a finire ammazzate, ad avere paura della notte, a doversi difendere sono le donne, tutte.



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