1032020

Vengo da Lodi, abito a Lodi. Questa terra un po’ balorda, che guarda Milano con la diffidenza di chi nelle zolle affonda le mani, munge le vacche, spiana il fieno e aspetta la nebbia, convinto che dopotutto questa sia la vera fatica, e il vero lavoro.

Abito una provincia di rogge, di vie maestre romane, una pianura inquinata e poco incline al cambiamento: nella piazza del capoluogo, la domenica mattina, gli anziani fanno cerchio e profetizzano le sorti della settimana. Gli stessi anziani che oggi, senza troppa tragedia, muoiono: per la sfortuna di essere più deboli, per essere transitati nel pronto soccorso o nel bar sbagliato. Non cerchiamo i loro nomi, non conosciamo le loro storie: sono i genitori e i nonni di qualcun altro, sui giornali vengono raccontati come la percentuale sacrificabile della popolazione. Milano forse non si ferma, ma loro sì: i più fortunati nei letti degli ospedali, alcuni nella solitudine delle loro case in quarantena. Si è arrestata la loro vita biologica, e la nostra di lodigiani, e non c’è narrazione o spot che possa lenire il peso di queste ore sospese e surreali: perdere tua nonna e, a chiese sbarrate, non poterle concedere un funerale come si deve, chiudere il tuo bar, il tuo negozio, il tuo ristorante, perché sostenere delle spese senza lavorare è impensabile, oppure restare aperti, combattendo dalle vetrine il silenzio desolato delle strade; non potere andare al cinema, non potere andare a teatro, sapere cancellata ogni forma di aggregazione e condivisione, e però saperti garantito l’accesso ai grandi supermercati, ai centri commerciali e sentire, in modo confuso, che qualcosa non torna.

Nella Bassa, dopo i filari della via Emilia e la campagna che si acquatta, inizia la zona rossa e lì, davvero, tutto si è fermato: la vita di amici, parenti, conoscenti, il loro tempo, le storie di chi ha provato a fuggire per campi finché l’esercito non lo ha bloccato. Non si entra, non si esce, non arrivano più molti giornali, non arrivano i libri. Tra le persone si è aperta l’ennesima crepa, e di nuovo ha a che fare con la paura e come scegliamo di decifrarla e gestirla: la durezza e lo sprezzo di chi resta razionale verso chi è terrorizzato dice, di nuovo, quanto siamo poco disponibili all’empatia.

Verrà il giorno in cui gli scrittori dovranno raccontare tutto questo. Stanare le ferite e trovare parole precise per dire di come siamo rimasti umani. Però oggi è un tempo diverso, vi siamo immersi e siamo, sì, fermi: ammetterlo non è figo ma è sano, ci rende consapevoli, cauti e anche solidali tra noi. Come quando, da bambini, in piena estate, si scivolava a riva dell’Adda, allungando le gambe e sbuffando sui tafani; ci raffreddavamo la pelle, ci ancoravamo al fango per non essere trascinati via dalla corrente e un occhio si posava sempre sul compagno, perché se fosse scivolato lontano avremmo voluto agguantarlo e salvarlo, ed era un patto reciproco, stretto senza parlare, testimoni il fiume, le querce e il silenzio laborioso di questa terra.

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