21 febbraio – 21 aprile 2020

Due mesi fa esatti, venerdì 21 febbraio, a Lodi ci svegliavamo in una mattina umida e ferrigna – la sera prima aveva piovuto parecchio.

Ricordo di aver letto di Codogno mentre facevo colazione. Poi via a San Giuliano Milanese, una giro all’Ikea, perché il futuro è come un mobile a basso costo, credi di poterlo montare e smontare a tuo piacimento, e che la scelta dipenda esclusivamente da te: le clessidre bisbigliano sepolte, ha scritto Raboni, e noi non abbiamo mai imparato ad ascoltarle sopra il frastuono; infine quel venerdì si ripiegava su sé stesso, i numeri che crescevano di ora in ora, l’ultima lezione di Tai Chi, la pizza tutti insieme mentre la città era già un deserto lunare, costellato solo dai bagliori delle ambulanze.

Sarà per il lavoro che faccio, o per indole: ma vivo nel passato molto più che nel futuro. Lo rispetto in modo viscerale e penso che tutto sia interazione e reciprocità e che questo valga, anche e soprattutto, per il tempo. Due mesi fa, possedevamo molto più passato di oggi. Con gli anziani se ne vanno i depositari ancestrali dei piani disattesi, delle conquiste, delle modalità in cui ci relazioniamo con ciò che è cambiato e ciò che ancora deve farlo. Non è solo un grande dolore, è un danno incalcolabile. Ce ne renderemo conto presto. Quando potremo salutarli come si deve, quando il commiato sarà davvero una dimensione politica, allora capiremo questo vuoto che adesso rimbomba a distanza, fuori dalle mura delle nostre case: ci riguarda molto più di quel che crediamo.

La primavera quest’anno ha gemmato a una velocità stupefacente, e così farà l’estate: ma non scordiamoci dell’inverno, vi prego, e della pace commossa con cui si è fatto da parte.

17042020

Qui in Lombardia la tragedia è epocale. Se n’è andata una generazione. Chi abita in provincia sa cosa significa. Vuol dire non incontrare più il tuo dirimpettaio, il farmacista storico, i fratelli benzinai, il bancario in pensione, l’ex fiorista, l’ex panettiera, l’ex gioielliere. Sfoltiti brutalmente i capannelli al sole della piazza, i giocatori del bridge, gli amici della bocciofila, i nonni stanchi nelle case di riposo. La memoria di una comunità, le radici brontolone, dolcissime e fondamentali di tante famiglie. Qui a Lodi, dove abito, il numero di decessi tra fine febbraio e metà aprile è aumentato del 261,5% rispetto allo stesso periodo nel 2019. Il forno crematorio è stato acceso dodici ore al giorno. Non c’era posto per tutte le salme e molte bare sono rimaste in una chiesa adiacente, in attesa. Nessuno a vegliarle.


Per me comincia a essere il tempo dei perché e della giustizia per questi morti. Quello dei lenzuoli colorati e delle canzoni alle finestre è finito da un pezzo.

26032020

Se avete mai avuto a che fare con le case di riposo, sapete. Sapete della tenerezza: prendere la mousse a cucchiaiate e aiutarli a mangiare nella luce triste della mensa, i bisticci davanti al televisore, i laboratori di disegno, sentirsi chiamare con il nome sbagliato e rispondere lo stesso, perché nei loro occhi il tempo è un maroso che muta le correnti e riporta a galla fantasmi e sogni; sapete del dolore che rimane nelle pieghe dei saluti, quando è ora di andare, ci si congeda in corridoio in mezzo a chiacchiere urlate se è una giornata tollerabile, nella stanza se le ore proprio non ingranano, sbattono contro il letto, il deambulatore, il crocifisso, contro cose che non si vedono ma che loro riescono a riconoscere tra i granelli di un altro tramonto inutile che si disfa, e allora non hanno più una gran voglia di parlare – e sapete del senso di colpa, irrimediabilmente moderno, che si prova nel tornare a casa e saperli lì, non importa se non si poteva fare altrimenti, se gli operatori sono gentili, non importa se il cortile splende di magnolie in fiore. Se avete mai avuto a che fare con le case di riposo, sapete che bisognerebbe smettere di chiamarli anziani, casi, decessi. I quarantatré morti della Casa di Riposo Santa Chiara a Lodi erano persone. Genitori, nonni, mariti, mogli. Spazzati via dal 21 febbraio al 25 marzo, in silenzio.

Le parole importano anche per voi, e non si tratta di sentimentalismo ma di sentimento, e il sentimento è intellettuale: nel suo significato più antico; capire, comprendere. Penso a voi, alle vostre famiglie, a questa sofferenza arrivata di schianto. Nei grandi numeri di queste settimane suscita uno stupore quasi trattenuto, siamo assuefatti alla conta che cresce. Ma voi esistevate. Eravate amati. Ve ne siete andati soli.

 

La staffetta dei libri

Nessun decreto, nessuna circolare, in queste settimane, ha mai elencato i libri tra i beni di prima necessità. Dietro di me le nuvole sono basse, cariche, la luce grigia si poggia sulla campagna e ogni filo e fiore e uccello è strattonato dallo stesso vento che rallenta la mia bicicletta. Ho appena consegnato due libri. Non cibo, non medicine, solo storie. È vero, in tempo di guerra occorre essere pratici e pensare alla sopravvivenza del nostro organismo biologico. Me lo ricorda il cimitero che si staglia oltre la strada sterrata e il campo, quello che non possiamo più visitare anche se i morti sono i nostri e il rito sarebbe un maniera per iniziare ad accettare questa endemica e collettiva fragilità. So che si muore se manca il pane, se manca l’antibiotico, non se mancano i libri. Eppure le persone li domandano. Ogni giorno di più, con una certa timidezza, come se si trattasse di un lusso di cui vergognarsi un po’. Davvero li portate? Anche un solo libro? Anche se abito fuori dal centro? Quando arrivo, loro scendono di casa e io li aspetto in strada, mascherina, guanti, distanza di sicurezza. Non ci tocchiamo mai, due parole veloci e però se potessero resterebbero più a lungo, con il libro in mano e le ciabatte e gli occhi grati e angosciati, È dura, Passerà, State attente, Grazie.

Scrivo libri da più di dieci anni, non avrei mai pensato che un giorno avrei aiutato a farli arrivare nelle case, pedalando in lungo e in largo attraverso la mia città deserta e ferita. Siete come una staffetta partigiana, ci hanno detto. Ho sorriso, A noi almeno non sparano addosso. Però ho capito: esiste una forma di resistenza anche in questo piccolo traffico di storie e parole. All’idea che basterà tenerci in salute, per farci tornare a vivere. In fondo lo sappiamo, che non è così: bisogna anche restare umani.

 

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Questa storia

Questa storia comincia quando ancora non sappiamo che sarà una storia.

Inizia con il solito incontro del mattino, A. che spalanca il portone del cortile e mi sorride e io non gli dico della candidatura al Premio Strega, perché mi sembra di vantarmi e penso che in ogni caso ci sarà modo, tempo, spazio, occasione. Invece, sarà l’ultima volta che lo vedrò. Questa storia continua con un viaggio in un negozio, a progettare un soppalco e una vita insieme: basta un disegno su un foglio, una discussione sulla tonalità del legno, e le prime notizie di Codogno alle prese col virus riecheggiano, incerte, sullo schermo del cellulare, mentre mangio polpette svedesi confezionate fuori Stoccolma e laggiù l’aria dev’essere diversa, più tersa e più fredda, sul lungomare Brobänken con le barche ormeggiate. Questa storia continua nelle sirene delle ambulanze, e deflagra. Non le basta la pianura, si prende l’Italia intera. Ci inchioda nelle case, ridisegnando perimetri geografici ed emotivi. Domandando conto della libertà, stabilendo priorità salvifiche e altrettanto discutibili. Io porto pane, cioccolatini e ranuncoli bianchi a chi sta isolato, lascio tutto davanti alla porta a vetri, ci salutiamo attraverso un bacio soffiato con la mano. Questa storia stabilisce che la solitudine ci salverà, ma oltre quel vetro ho il terrore costante che si muoia soltanto. Nei riti funebri vietati e nell’economia di consumo – l’unica tutelata fino all’ultimo istante utile-, questa storia diventa violenta: non so come la racconteremo, ma dovremo farlo. Le parole sono l’unica liturgia che ci è rimasta. Servirà soprattutto per restituire dignità a questi morti, non grafici che s’impennano e camion militari incolonnati a Bergamo ma persone, persone che hanno pagato l’inadeguatezza del nostro sistema sanitario nazionale – e bisogna cominciare a dirlo, chiaro e forte, per rispetto a queste anime scomparse nella solitudine più aberrante e alle loro famiglie, per rispetto ai medici, agli infermieri, a tutti gli operatori sanitari che da un mese a questa parte combattono con abnegazione una guerra ad armi impari, per rispetto a chi perderà il lavoro, la casa, per rispetto a questi giorni affilati e ingiusti in cui misero l’esercito agli angoli delle strade e ci chiusero in casa, chiedendoci di sopperire laddove loro avevano fallito, e cercando però, di nuovo, e questo non glielo perdonerò mai, di metterci gli uni contro gli altri – l’uomo aggrappato alla ringhiera sul balcone che fotografa e insulta l’uomo che cammina nella via è delazione, odio, fascismo. La mia città, da settimane, si è fatta deserto lunare, stride con la vita gridata dai campi smeraldo che marzo spettina e strattona. Non riesco a non chiedermi se la perentoria disattenzione delle stagioni verso questa tragedia non costituisca un invito a ritrovare un nostro posto nel mondo meno belligerante.

Alexander von Humboldt diceva che il pianeta è una rete fittissima e interconessa e che tutto quello che esiste è legato da fili invisibili: A. che spalanca il portone, il mio silenzio e il mio rimpianto, le chiese che straripano di bare, un medico che da anni fa il suo lavoro senza soldi e senza strumenti e se volevamo la sanità allora dovevamo proteggerla, le persone che faticano a comprendere e a processare le informazioni e sono ostaggi incattiviti della paura e se volevamo più razionalità, coraggio e buon senso, allora ci voleva la scuola; i fiori che crescono, l’aria che si ripulisce, il tempo con le maglie larghe e gli amici e i familiari che ci mancano. Il mondo era fragile, lo è sempre stato: dai moli di Brobänken alla pianura padana, un barca perde gli ormeggi, il tonfo della cima, e se avessimo ascoltato, se avessimo prestato attenzione, avremmo sentito fino a qui.