La malora

Sedersi per la prima volta al bar, da sola, a leggere. Fuori la piazza schiamazza, compra pollo arrosto e calze di cotone. Mascherine azzurre e un sole in aperto colloquio con la stagione, come se nulla fosse accaduto.

E Fenoglio inizia così: “Pioveva su tutte le langhe, lassù a San Benedetto mio padre si pigliava la sua prima acqua sottoterra. La pietra gliel’avremmo messa più avanti, quando avessimo potuto tirare un po’ su la testa”.

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Sepúlveda

Come nelle ultime righe de “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, che rilette oggi risuonano di un vago presagio e di una luminosa bellezza e sono, se possibile, ancora più struggenti.

“Antonio José Bolívar Proaño si tolse la dentiera, l’avvolse nel fazzoletto, e senza smettere di maledire il gringo primo artefice della tragedia, il sindaco, i cercatori d’oro, tutti coloro che corrompevano la verginità della sua Amazzonia, tagliò con un colpo di machete un ramo robusto, e appoggiandovisi si avviò verso El Idilio, verso la sua capanna, e verso i suoi romanzi, che parlavano d’amore con parole così belle che a volte gli facevano dimenticare la barbarie umana”.

La staffetta dei libri

Nessun decreto, nessuna circolare, in queste settimane, ha mai elencato i libri tra i beni di prima necessità. Dietro di me le nuvole sono basse, cariche, la luce grigia si poggia sulla campagna e ogni filo e fiore e uccello è strattonato dallo stesso vento che rallenta la mia bicicletta. Ho appena consegnato due libri. Non cibo, non medicine, solo storie. È vero, in tempo di guerra occorre essere pratici e pensare alla sopravvivenza del nostro organismo biologico. Me lo ricorda il cimitero che si staglia oltre la strada sterrata e il campo, quello che non possiamo più visitare anche se i morti sono i nostri e il rito sarebbe un maniera per iniziare ad accettare questa endemica e collettiva fragilità. So che si muore se manca il pane, se manca l’antibiotico, non se mancano i libri. Eppure le persone li domandano. Ogni giorno di più, con una certa timidezza, come se si trattasse di un lusso di cui vergognarsi un po’. Davvero li portate? Anche un solo libro? Anche se abito fuori dal centro? Quando arrivo, loro scendono di casa e io li aspetto in strada, mascherina, guanti, distanza di sicurezza. Non ci tocchiamo mai, due parole veloci e però se potessero resterebbero più a lungo, con il libro in mano e le ciabatte e gli occhi grati e angosciati, È dura, Passerà, State attente, Grazie.

Scrivo libri da più di dieci anni, non avrei mai pensato che un giorno avrei aiutato a farli arrivare nelle case, pedalando in lungo e in largo attraverso la mia città deserta e ferita. Siete come una staffetta partigiana, ci hanno detto. Ho sorriso, A noi almeno non sparano addosso. Però ho capito: esiste una forma di resistenza anche in questo piccolo traffico di storie e parole. All’idea che basterà tenerci in salute, per farci tornare a vivere. In fondo lo sappiamo, che non è così: bisogna anche restare umani.

 

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Questa storia

Questa storia comincia quando ancora non sappiamo che sarà una storia.

Inizia con il solito incontro del mattino, A. che spalanca il portone del cortile e mi sorride e io non gli dico della candidatura al Premio Strega, perché mi sembra di vantarmi e penso che in ogni caso ci sarà modo, tempo, spazio, occasione. Invece, sarà l’ultima volta che lo vedrò. Questa storia continua con un viaggio in un negozio, a progettare un soppalco e una vita insieme: basta un disegno su un foglio, una discussione sulla tonalità del legno, e le prime notizie di Codogno alle prese col virus riecheggiano, incerte, sullo schermo del cellulare, mentre mangio polpette svedesi confezionate fuori Stoccolma e laggiù l’aria dev’essere diversa, più tersa e più fredda, sul lungomare Brobänken con le barche ormeggiate. Questa storia continua nelle sirene delle ambulanze, e deflagra. Non le basta la pianura, si prende l’Italia intera. Ci inchioda nelle case, ridisegnando perimetri geografici ed emotivi. Domandando conto della libertà, stabilendo priorità salvifiche e altrettanto discutibili. Io porto pane, cioccolatini e ranuncoli bianchi a chi sta isolato, lascio tutto davanti alla porta a vetri, ci salutiamo attraverso un bacio soffiato con la mano. Questa storia stabilisce che la solitudine ci salverà, ma oltre quel vetro ho il terrore costante che si muoia soltanto. Nei riti funebri vietati e nell’economia di consumo – l’unica tutelata fino all’ultimo istante utile-, questa storia diventa violenta: non so come la racconteremo, ma dovremo farlo. Le parole sono l’unica liturgia che ci è rimasta. Servirà soprattutto per restituire dignità a questi morti, non grafici che s’impennano e camion militari incolonnati a Bergamo ma persone, persone che hanno pagato l’inadeguatezza del nostro sistema sanitario nazionale – e bisogna cominciare a dirlo, chiaro e forte, per rispetto a queste anime scomparse nella solitudine più aberrante e alle loro famiglie, per rispetto ai medici, agli infermieri, a tutti gli operatori sanitari che da un mese a questa parte combattono con abnegazione una guerra ad armi impari, per rispetto a chi perderà il lavoro, la casa, per rispetto a questi giorni affilati e ingiusti in cui misero l’esercito agli angoli delle strade e ci chiusero in casa, chiedendoci di sopperire laddove loro avevano fallito, e cercando però, di nuovo, e questo non glielo perdonerò mai, di metterci gli uni contro gli altri – l’uomo aggrappato alla ringhiera sul balcone che fotografa e insulta l’uomo che cammina nella via è delazione, odio, fascismo. La mia città, da settimane, si è fatta deserto lunare, stride con la vita gridata dai campi smeraldo che marzo spettina e strattona. Non riesco a non chiedermi se la perentoria disattenzione delle stagioni verso questa tragedia non costituisca un invito a ritrovare un nostro posto nel mondo meno belligerante.

Alexander von Humboldt diceva che il pianeta è una rete fittissima e interconessa e che tutto quello che esiste è legato da fili invisibili: A. che spalanca il portone, il mio silenzio e il mio rimpianto, le chiese che straripano di bare, un medico che da anni fa il suo lavoro senza soldi e senza strumenti e se volevamo la sanità allora dovevamo proteggerla, le persone che faticano a comprendere e a processare le informazioni e sono ostaggi incattiviti della paura e se volevamo più razionalità, coraggio e buon senso, allora ci voleva la scuola; i fiori che crescono, l’aria che si ripulisce, il tempo con le maglie larghe e gli amici e i familiari che ci mancano. Il mondo era fragile, lo è sempre stato: dai moli di Brobänken alla pianura padana, un barca perde gli ormeggi, il tonfo della cima, e se avessimo ascoltato, se avessimo prestato attenzione, avremmo sentito fino a qui.

12032020

“Le cose da salvare” esce proprio oggi, il primo giorno in cui tutte le librerie d’Italia resteranno chiuse. È senz’altro uno strano destino, per un libro. Se siete fortunati, qualcuno ve lo porterà a domicilio; altrimenti resta l’acquisto online e l’ebook.

Non so spiegarvi cosa provo, ma il punto è un altro, e riguarda la nostra prossimità forzata a farsi distanza, il silenzio glaciale di questa mattina oltre i vetri delle finestre, la conta di chi non c’è più e guardate che li conoscevamo, verrà il giusto tempo per dire i loro nomi e ricordarli come meritano.

Il punto è che ho scritto una storia che evoca quello che stiamo vivendo, chiusi nelle nostre case e con un perimetro emotivo brutalmente ridotto, e racconta di come si può restare umani e continuare a sperare. Non potevo immaginare cosa sarebbe accaduto nelle ultime settimane, eppure a volte i libri fanno anche questo: non ci lasciano mai soli, perché in fondo, in qualche modo, già sapevano.


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