La malora

Sedersi per la prima volta al bar, da sola, a leggere. Fuori la piazza schiamazza, compra pollo arrosto e calze di cotone. Mascherine azzurre e un sole in aperto colloquio con la stagione, come se nulla fosse accaduto.

E Fenoglio inizia così: “Pioveva su tutte le langhe, lassù a San Benedetto mio padre si pigliava la sua prima acqua sottoterra. La pietra gliel’avremmo messa più avanti, quando avessimo potuto tirare un po’ su la testa”.

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07052020

A Lodi molte persone in giro (e del resto non è più vietato), ma grande ordine e compostezza. Tutti con le mascherine. Persone che domandano “posso?” prima di entrare in qualsiasi posto. Negli occhi il sollievo di ritrovarsi e di sentire il sole sulla pelle. Non so se è perché abbiamo avuto così tanti morti. Se è perché non vogliamo un’altra ecatombe, né quel silenzio attonito in cui piangevano solo le campane e le ambulanze, e tutto è ancora così vivido. Ma io vedo tanto senso civico. Spesso la narrativa del popolo irresponsabile è motivata dai fatti, ma mi pare anche che, in qualche misura, godiamo parecchio a tramandarla ed enfatizzarla. Nonostante la maggioranza degli italiani, in realtà (e lo dicono i numeri delle sanzioni), si sia comportata e si stia comportando molto bene.

A me la cauta gioia di questi giorni ha commosso. Mi piace vedere i bambini sfrecciare in bicicletta. Mi piace ritrovare gli anziani all’ombra del duomo, che confabulano su chissà quali destini. La felicità di chi si porta via un caffè espresso dal bar. La coda davanti al fiorista. L’argine dell’Adda, dove adesso si corre o ci si ferma semplicemente a contemplare lo specchio dorato dell’acqua, respirando.

 

24042020

24 aprile 2020.
Il giorno prima dell’inizio della Resistenza è quello in cui capiamo a cosa cercheremo di Resistere. Più scivolano i giorni, tutti uguali in questa attesa asfittica, più ho la sensazione che la battaglia maggiormente complessa non sia contro un virus e il suo contagio, ma contro la negazione dello spazio pubblico e condiviso.

No, non tutto si può fare a casa. Intanto perché non tutti hanno una casa – non i richiedenti asilo, non i senza dimora, non gli ospiti delle comunità. Poi perché non tutte le case sono riconvertibili in uffici, aule di scuola, palestre, sale per giocare, centri di tecnologia digitale: sì, esistono i meno ricchi e anche i poveri. E perché non sempre l’amore risiede tra le stesse quattro mura: e allora penso agli anziani soli, agli innamorati divisi, ai giovani lavoratori single, alle famiglie lontane, alle donne vittime di violenza domestica. Infine: lo spazio pubblico non è un incidente di percorso o un capriccio umano. Per il commiato ai morti servono i cimiteri, per respirare servono i parchi. I bar e i ristoranti ci ricordano che non mangiamo e beviamo soltanto perché ne abbiamo bisogno, ma per stare insieme agli altri. Per il teatro occorre il teatro e credo che anche per la scuola – adesso ci è dolorosamente lampante – occorra la scuola. I cinema non sono una serie Netflix e non è un caso che continuino a coesistere. I libri si comprano nelle librerie e si scovano nelle biblioteche. Le chiese chiuse rischiano di rendere un prodotto domiciliabile anche la religione.

Ho la sensazione, insomma, che la vera partita della democrazia si giochi nello spazio pubblico, non nelle nostre case. È fuori che possiamo provare a non lasciare indietro nessuno. Dentro siamo soli. Le nostre diseguaglianze diventano esasperate.

Ecco, io vorrei Resistere a questo sfacelo, che giustificato dall’emergenza e certificato dalla politica rischia di consolidarsi a abitudine. Essere pronta a uscire, quando sarà consentito. Riprenderci gli spazi condivisi, accorciare le distanze e tornare ad essere tutti un po’ più uguali, un po’ più partecipi.
Basterà, per iniziare a farlo, una panchina su cui sedersi o una corsa lungo il fiume.

21 febbraio – 21 aprile 2020

Due mesi fa esatti, venerdì 21 febbraio, a Lodi ci svegliavamo in una mattina umida e ferrigna – la sera prima aveva piovuto parecchio.

Ricordo di aver letto di Codogno mentre facevo colazione. Poi via a San Giuliano Milanese, una giro all’Ikea, perché il futuro è come un mobile a basso costo, credi di poterlo montare e smontare a tuo piacimento, e che la scelta dipenda esclusivamente da te: le clessidre bisbigliano sepolte, ha scritto Raboni, e noi non abbiamo mai imparato ad ascoltarle sopra il frastuono; infine quel venerdì si ripiegava su sé stesso, i numeri che crescevano di ora in ora, l’ultima lezione di Tai Chi, la pizza tutti insieme mentre la città era già un deserto lunare, costellato solo dai bagliori delle ambulanze.

Sarà per il lavoro che faccio, o per indole: ma vivo nel passato molto più che nel futuro. Lo rispetto in modo viscerale e penso che tutto sia interazione e reciprocità e che questo valga, anche e soprattutto, per il tempo. Due mesi fa, possedevamo molto più passato di oggi. Con gli anziani se ne vanno i depositari ancestrali dei piani disattesi, delle conquiste, delle modalità in cui ci relazioniamo con ciò che è cambiato e ciò che ancora deve farlo. Non è solo un grande dolore, è un danno incalcolabile. Ce ne renderemo conto presto. Quando potremo salutarli come si deve, quando il commiato sarà davvero una dimensione politica, allora capiremo questo vuoto che adesso rimbomba a distanza, fuori dalle mura delle nostre case: ci riguarda molto più di quel che crediamo.

La primavera quest’anno ha gemmato a una velocità stupefacente, e così farà l’estate: ma non scordiamoci dell’inverno, vi prego, e della pace commossa con cui si è fatto da parte.