16032020

Certe volte penso che la questione sarà dover spiegare a noi stessi e ai nostri bambini che no, non è andato tutto bene. Tolti i cartelloni e i lenzuoli dalle porte, riposti i pennarelli e gli hashtag. Lo dovremo fare per rispetto a quei morti che oggi corrispondono solo a cifre e grafici ma che avranno presto nomi, storie, rimpianti. Lo dovremo fare per rispetto a coloro che oggi vanno avanti a fare il proprio lavoro, pur avendo avuto tagliati mezzi e fondi, e che la narrativa accorre a chiamare eroi perché è più confortante immaginare di combattere mostri informi, che precise e scellerate politiche economiche. Sarà complesso e intellettualmente logorante, ma noi e questi bambini dovremo capire che non esiste un’infausta mano invisibile: che tutto sarebbe potuto andare meglio, se l’Italia non avesse trattato la sanità pubblica come un animale da macello. E che è stato bello cantare dai balconi e chiuderci nelle nostre case per salvarci l’un l’altro, ma che la coesione di un popolo e la sua responsabilità civile non possono affiorare dalla superficie solo a diritti costituzionali disattivati e con la morte sull’uscio: è troppo comodo, è pericoloso.

Trovo irresponsabile chi non limita i suoi contatti sociali e la campagna #iorestoacasa è legittima, necessaria, ma rabbrividisco davanti alla caccia – tutta da tastiera – al camminatore per strada che abbiamo scorto dalle nostre finestre, e non c’interessa se è anziano, solo, depresso, se ha cinque anni, se è sceso una manciata di minuti per vedere i ranuncoli fiorire, per aspettare l’arrivo di una bara da cremare, per andare a fare l’ennesima spesa perché più di una borsa non riesce a portarla: non c’interessa, è semplicemente uno stronzo.

Nella mia città, Lodi, davanti al piccolo supermercato del centro storico che frequento abitualmente, è rimasto un piccolo assembramento: i soliti senzatetto, l’alcolista, l’eroinomane, la questua non rientrerà nel decreto economico e loro non ce l’hanno, una casa dove restare. Le cose sono difficili per tutti, ma non riesco a non pensare che per alcuni lo sono di più, e che non sappiamo sempre tutto, e che non abbiamo idea di tutto, e che a volte potremmo anche lasciare cadere la tenda sulla finestra e tornare alle nostre attività casalinghe e magari provare a ricordare dov’eravamo, quando si trattava d’informarsi, decifrare lo scenario e di tanto in tanto scendere in piazza, indignarsi, esercitare la responsabilità individuale e collettiva senza che fosse la polizia a intimarcelo dagli altoparlanti delle volanti sera sì e sera sì, nel silenzio sospeso, come un monito funebre.

7032020

Da questa epidemia guariremo, e si spera presto, e si spera potendo rialzarci. Però nelle ultime due settimane l’aria è tornata respirabile. Riconosco il sapore dell’ossigeno. Cieli, così, quaggiù nel Lodigiano, non si vedevano praticamente mai. Le famiglie non vanno nei centri commerciali. Le famiglie portano i bambini a camminare in campagna, lungo sentieri frondosi che poi sbucano sul fiume: insegnano loro le anse, e forse i giochi degli stessi nonni che oggi devono proteggere. Ci siamo ricordati quanto sia straordinario l’ordinario, perché ci è stato tolto. Ci siamo ricordati che il lavoro soffre di brutali disuguaglianze e ha bisogno di essere regolamentato e tutelato seriamente. Ci siamo ricordati quanto è bello toccarci, abbracciarci, baciarci, perché adesso ci manca. Adesso sappiamo che le generazioni non sono scontate. Adesso ammettiamo che comprendere e gestire le informazioni è una competenza che vale la vita o la morte: nostra, e degli altri.

Su tutte queste cose, quando sarà finita, dovremo riflettere, individualmente e collettivamente, molto bene, e molto a lungo.

5032020

Tra un settimana in libreria. Non è esattamente l’uscita che avevo immaginato. Persone a cui voglio bene malate, la mia città, Lodi, immobilizzata e in sospeso, un enorme sacrificio quotidiano che ci viene richiesto: andare avanti con le nostre vite ma non poterci toccare, vedere, riunire, non poter lavorare, guadagnarci da vivere, spostarci, programmare. Un libro, a confronto, non è nulla, lo so. Parole che mormorano una storia. Ho la sensazione di vivere in un incubo docile e ammaestrabile, ma terribile: l’unico conforto è sapere che, presto o tardi, finirà.

“Le cose da salvare” esce tra una settimana esatta, il 12 marzo, perché i libri non li ferma neanche un virus. Spero che leggendolo possa farvi riflettere su cosa merita salvezza e cosa no, di questi tempi ardui: scrivendolo non ho trovato risposte, ma molte domande; e tuttavia quelle forse giuste, forse necessarie, quelle con cui battagliare.

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1032020

Vengo da Lodi, abito a Lodi. Questa terra un po’ balorda, che guarda Milano con la diffidenza di chi nelle zolle affonda le mani, munge le vacche, spiana il fieno e aspetta la nebbia, convinto che dopotutto questa sia la vera fatica, e il vero lavoro.

Abito una provincia di rogge, di vie maestre romane, una pianura inquinata e poco incline al cambiamento: nella piazza del capoluogo, la domenica mattina, gli anziani fanno cerchio e profetizzano le sorti della settimana. Gli stessi anziani che oggi, senza troppa tragedia, muoiono: per la sfortuna di essere più deboli, per essere transitati nel pronto soccorso o nel bar sbagliato. Non cerchiamo i loro nomi, non conosciamo le loro storie: sono i genitori e i nonni di qualcun altro, sui giornali vengono raccontati come la percentuale sacrificabile della popolazione. Milano forse non si ferma, ma loro sì: i più fortunati nei letti degli ospedali, alcuni nella solitudine delle loro case in quarantena. Si è arrestata la loro vita biologica, e la nostra di lodigiani, e non c’è narrazione o spot che possa lenire il peso di queste ore sospese e surreali: perdere tua nonna e, a chiese sbarrate, non poterle concedere un funerale come si deve, chiudere il tuo bar, il tuo negozio, il tuo ristorante, perché sostenere delle spese senza lavorare è impensabile, oppure restare aperti, combattendo dalle vetrine il silenzio desolato delle strade; non potere andare al cinema, non potere andare a teatro, sapere cancellata ogni forma di aggregazione e condivisione, e però saperti garantito l’accesso ai grandi supermercati, ai centri commerciali e sentire, in modo confuso, che qualcosa non torna.

Nella Bassa, dopo i filari della via Emilia e la campagna che si acquatta, inizia la zona rossa e lì, davvero, tutto si è fermato: la vita di amici, parenti, conoscenti, il loro tempo, le storie di chi ha provato a fuggire per campi finché l’esercito non lo ha bloccato. Non si entra, non si esce, non arrivano più molti giornali, non arrivano i libri. Tra le persone si è aperta l’ennesima crepa, e di nuovo ha a che fare con la paura e come scegliamo di decifrarla e gestirla: la durezza e lo sprezzo di chi resta razionale verso chi è terrorizzato dice, di nuovo, quanto siamo poco disponibili all’empatia.

Verrà il giorno in cui gli scrittori dovranno raccontare tutto questo. Stanare le ferite e trovare parole precise per dire di come siamo rimasti umani. Però oggi è un tempo diverso, vi siamo immersi e siamo, sì, fermi: ammetterlo non è figo ma è sano, ci rende consapevoli, cauti e anche solidali tra noi. Come quando, da bambini, in piena estate, si scivolava a riva dell’Adda, allungando le gambe e sbuffando sui tafani; ci raffreddavamo la pelle, ci ancoravamo al fango per non essere trascinati via dalla corrente e un occhio si posava sempre sul compagno, perché se fosse scivolato lontano avremmo voluto agguantarlo e salvarlo, ed era un patto reciproco, stretto senza parlare, testimoni il fiume, le querce e il silenzio laborioso di questa terra.