{"id":763,"date":"2023-05-24T14:33:44","date_gmt":"2023-05-24T14:33:44","guid":{"rendered":"https:\/\/ilariarossetti.com\/?p=763"},"modified":"2023-06-27T14:17:07","modified_gmt":"2023-06-27T14:17:07","slug":"accendere-un-cerino-nelloscurita-di-russi-dimenticati-orsi-martellatori-e-di-come-parliamo-di-libri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ilariarossetti.com\/en\/2023\/05\/24\/accendere-un-cerino-nelloscurita-di-russi-dimenticati-orsi-martellatori-e-di-come-parliamo-di-libri\/","title":{"rendered":"Accendere un cerino nell\u2019oscurit\u00e0: di russi dimenticati, orsi martellatori e di come parliamo di libri"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">[<em>Questo articolo \u00e8 uscito su&nbsp;<a href=\"https:\/\/www.liminarivista.it\/comma-22\/accendere-un-cerino-nelloscurita-di-russi-dimenticati-orsi-martellatori-e-di-come-parliamo-di-libri\/\">Limina Rivista<\/a>&nbsp;il&nbsp;<\/em>23 maggio 2023.]<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Mi piace molto leggere nei bar, non mi disturba il chiasso, non mi distraggono le chiacchiere dei vicini di tavolo o di chi indugia al bancone aspettando il caff\u00e8. Non mi sono mai interrogata sul perch\u00e9 fino a qualche giorno fa, quando mentre giravo l\u2019ultima pagina di&nbsp;<em><strong>Lo sterro&nbsp;<\/strong><\/em><strong>di Andrej Platonov<\/strong>&nbsp;(<a rel=\"noreferrer noopener\" href=\"https:\/\/www.minimumfax.com\/shop\/product\/lo-sterro-2525\" target=\"_blank\">minimum fax<\/a>, 2022) ho sollevato gli occhi e davanti a me non ho visto i&nbsp;<em>kulaki<\/em>&nbsp;con le pance che scoppiavano di carne ingurgitata a forza e nemmeno l\u2019orso martellatore che instancabile lavora per il socialismo: ho visto invece il mio amico Claudio che raccoglieva piatti e tazzine sul vassoio e una donna con una bambina che si alzava per pagare, frugando nella borsetta alla ricerca del portafogli. Ho trattenuto il respiro per un istante, come a ricucire uno strappo, come a contemplare il portale che divideva quei due universi da me abitati contemporaneamente e quindi esistenti e tangibili solo attraverso quella che Gianni Celati sosteneva essere l\u2019unica cosa che abbiamo al mondo: la disponibilit\u00e0 all\u2019esperienza.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image is-resized\"><img data-recalc-dims=\"1\" loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.liminarivista.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/lo-sterro-2525-780x1080.jpg?resize=206%2C285&#038;ssl=1\" alt=\"Platonov\" class=\"wp-image-17611\" width=\"206\" height=\"285\" \/><\/figure>\n\n\n\n<!--more-->\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quello stesso giorno ho proposto a Stefano Malosso un pezzo su&nbsp;<em>Lo sterro<\/em>&nbsp;di Platanov. Dopodich\u00e9 ho cominciato a farmi alcune domande, a partire da quella pi\u00f9 scomoda in assoluto: interessa davvero a qualcuno? Interessa a qualcuno se&nbsp;<em>Lo sterro<\/em>&nbsp;mi sia piaciuto o meno? Interessa la mia opinione su un romanzo russo scritto quasi cent\u2019anni fa, purgato dalla censura stalinista, che \u00e8 sostanzialmente una specie di resoconto allucinato della costruzione del socialismo nelle campagne sovietiche del 1929 e non potrebbe essere pi\u00f9 distante dal mio amico Claudio che pulisce i tavoli del suo bar e da me che lo fisso imbambolata? Ci ho riflettuto a lungo, riagguantando la coda di un pensiero pi\u00f9 tortuoso che da un po\u2019 di tempo interroga il mondo della letteratura (ma non solo) in Italia: esiste ancora un discorso critico oppure ci siamo ridotti alla dicotomia del bello e del brutto, portati ai rispettivi, isterici ismi, e quindi il capitalismo cognitivo ha vinto pure qui, trasformandoci, quando parliamo di libri, in meri comunicatori pubblicitari? Di fatto, mi sembra, \u00e8 quello che succede pi\u00f9 spesso nella bolla: il merito del discorso non sono pi\u00f9 le argomentazioni, le connessioni, gli approfondimenti, non \u00e8 pi\u00f9 la comprensione di quel che leggiamo, i<strong>l merito del discorso \u00e8 diventato lo schieramento, la posizione<\/strong>. Vogliamo stare tra gli applausi sperticati degli incensatori entusiastici o al cospetto del banchetto sanguinoso degli stroncatori con la bava alla bocca? Bello, bellissimo, o brutto da fare impressione? Una richiesta che del ragionamento fa tabula rasa e che in certi casi risponde a precise spinte del mercato editoriale, ma io credo che pi\u00f9 di frequente abbia a che fare con un&nbsp;<em>bias<\/em>&nbsp;cognitivo, un atteggiamento a cui faticavo a trovare un nome, ma poi Tommaso Pincio l\u2019ha fatto per me e quindi rubo da lui: l\u2019atteggiamento che porta le persone a considerare i libri non per quello che contengono ma per quello che, secondo loro, dovrebbero contenere.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questa \u00e8 un\u2019osservazione molto acuta, a parer mio, soprattutto se invece teniamo ancora per buono l\u2019insegnamento, di nuovo, celatiano: quando leggiamo romanzi dovremmo sospendere immediatamente l\u2019attenzione al mondo in cui viviamo e sospendere l\u2019attenzione al nostro dialogo interiore, altrimenti rischiamo di non capire niente. Capire, ecco: capire, comprendere, prima ancora che esprimere un valore di giudizio. L\u2019esercizio di analisi di un testo passa per forza di cose attraverso la conoscenza e la consapevolezza dei meccanismi narrativi, solitamente con&nbsp;<strong>un obiettivo fondamentale: distinguere in un\u2019opera un contenuto di verit\u00e0<\/strong>, quel tassello abbagliante che si differenzia dall\u2019opacit\u00e0 di altri elementi di valutazione. Questo approccio, lo vediamo, \u00e8 una postura intellettuale molto diversa dalle dicotomie a cui siamo sempre pi\u00f9 abituati: presuppone il possesso e la messa a disposizione di strumenti di indagine e approfondimento. Questa messa a disposizione presuppone a sua volta un altro elemento importantissimo: esiste un\u2019interlocuzione, un ricevente del discorso critico, e cos\u00ec mi verrebbe da dire che \u00e8 questo il vero banco di prova, cio\u00e8 quando la critica diventa un momento pubblico e didattico. Insomma, se si vuole parlare di un libro forse si dovrebbe ambire a un\u2019operazione un po\u2019 pi\u00f9 articolata, al riparo dalle sciatterie che le polarizzazioni, per loro natura, sono destinate a produrre: in primis termini prescrittivi e tassonomie, difficilmente compatibili con quel meraviglioso esercizio umano che \u00e8 tenere insieme due pensieri contrastanti e riuscire, in forza di esso, a generare una sintesi di pensiero. Pensiamo a come Nabokov raccontava i grandi romanzi nelle sue&nbsp;<em>Lezioni di letteratura<\/em>, o come lo ha fatto Italo Calvino parlando dei classici, ma l\u2019elenco sarebbe lunghissimo, da Virginia Woolf a Javier Cercas, da Umberto Eco a Flannery O\u2019Connor. Pensiamo a una considerazione che fece Walter Siti nel suo pamphlet&nbsp;<em>Contro l\u2019impegno<\/em>&nbsp;(Rizzoli, 2021), riflettendo proprio sulle strade prese dalle analisi critiche pi\u00f9 aggiornate: \u00abal centro (\u2026) non c\u2019\u00e8 tanto la ricerca di senso quanto lo studio sull\u2019efficacia; non quel che un testo significa ma come il nostro cervello si modifica quando leggiamo quel testo\u00bb. Quindi visione o funzione? Una volta Roland Barthes prov\u00f2 a rispondere e disse che un\u2019opera \u00e8 eterna non perch\u00e9 impone un senso unico a uomini differenti, ma perch\u00e9 suggerisce sensi differenti a un uomo unico. Di significato, forse, si dovrebbe quindi tornare a discutere.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img data-recalc-dims=\"1\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.liminarivista.it\/wp-content\/uploads\/2023\/05\/siti_contro_rizzoli.png?ssl=1\" alt=\"Platonov\" class=\"wp-image-17612\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ma a questo punto capisco che la domanda sorga spontanea: va bene tutto, e allora\u00a0<em>Lo sterro<\/em>\u00a0di Platonov e tu che dici a Malosso che vuoi scriverci un pezzo? C\u2019entra qualcosa, con tutta questa premessa, e in che modo? Intanto alcune coordinate:\u00a0<em>Lo sterro<\/em>\u00a0(<em>Kotlovan<\/em>\u00a0il titolo in lingua originale), ambientato nel 1929, \u00e8 un romanzo che ha quasi cent\u2019anni. Fu pubblicato per la prima volta all\u2019estero nel 1969 e in Unione Sovietica nel 1987. Al centro della vicenda narrata c\u2019\u00e8 l<strong>a costruzione di un edificio pubblico, che del socialismo \u00e8 l\u2019evidente metafora<\/strong>, attorno alla quale si muovono una serie di personaggi diversamente sventurati. Il primo personaggio che incontriamo \u00e8 Vo\u0161\u010dev, un uomo ingenuo, alieno e confuso rispetto ai principi del Partito, che si interroga costantemente sul senso della vita. Compaiono poi gli altri: Safronov, Kozlov, Pru\u0161evskij, \u010ciklin, tutti gravitanti intorno in qualche modo attorno a Vo\u0161\u010dev, ognuno con peculiari caratteristiche che si riflettono nelle loro personalit\u00e0 e nei loro rapporti con il regime. Li accomuna un obiettivo pratico: la costruzione di una grande casa comune e il romanzo, nella prima met\u00e0, racconta soprattutto la fase preparatoria dello sterro. La seconda met\u00e0 sar\u00e0 invece incentrata sulle vicende delle campagne coinvolte nei processi di collettivizzazione di quegli anni, che videro la nascite delle cosiddette fattore collettive (kolchoz). Eccola qui, la Russia di Platonov: che la retorica del Partito stilizza nei rappresentanti della nuova societ\u00e0, come il proletario, il contadino e l\u2019attivista. Ma la vita (e la morte) straripano dagli argini delle propagande umane e cos\u00ec nonostante il soffocamento della lingua dell\u2019ideologia che vorrebbe ragionare solo di lavoro, entusiasmo, fatica, fede nella causa, Vo\u0161\u010dev e gli altri non possono che raccontare una versione ammaccata di s\u00e9 stessi, la pi\u00f9 autentica, e cio\u00e8 una versione che non collima affatto con quei dettami. Molto amato da Iosif Brodskij,\u00a0<strong>Platonov nella Russia sovietica non fu mai pubblicato<\/strong>\u00a0e per ragioni che si possono facilmente dedurre: della sua lingua letteraria Brodskij disse che possedeva una spietata, implacabile assurdit\u00e0 e che a leggerlo ci si sentiva in gabbia, sperduti e abbagliati; l\u2019edizione italiana di minimum fax \u00e8 curata da Ivan Verc, docente di Lingua e Letteratura russa presso l\u2019Universit\u00e0 di Trieste e Verc \u00e8 anche autore del saggio iniziale\u00a0<em>Il riscatto della memoria<\/em>, ottima guida alla lettura del romanzo. Nel periodo della collettivizzazione forzata delle campagne Platonov scrive\u00a0<em>Kotlovan<\/em>\u00a0e racconti e romanzi critici verso la violenza delle modalit\u00e0 di esproprio, nonch\u00e9 della tragicomica baraonda che investe la vita rurale, assai lontana dagli obiettivi del regime. Durante il secondo conflitto mondiale lavorer\u00e0 come corrispondente di guerra e morir\u00e0 nel 1951, in assoluta miseria e completamente obliato dal panorama letterario nazionale. In\u00a0<em>Lo sterro<\/em>\u00a0ci sono alcuni elementi di notevole ambizione narrativa: intanto il romanzo sfrutta un impianto linguistico e storico cos\u00ec curato e preciso \u2013 come dice Verc nel suo saggio \u00abpu\u00f2 essere considerato come una vera e propria enciclopedia di un segmento particolare della vita russa della fine degli anni venti e un\u2019eccellente fonte storica per la comprensione di quell\u2019epoca che in Urss fu conosciuta come realizzazione del primo piano quinquennale\u00bb \u2013 da aderire, anche lessicalmente, ai contenuti di propaganda del tempo (le note in fondo al testo garantiscono una comprensione chiara di tutti i riferimenti). Ma il protagonista, Vo\u0161\u010dev, si staglia su questo sfondo come un letale\u00a0<em>rogue object<\/em>\u00a0narrativo: licenziato dalla fabbrica perch\u00e9 nel bel mezzo del lavoro si mette a meditare, alla ricerca del senso della vita,\u00a0<strong>Vo\u0161\u010dev rompe l\u2019aderenza alla Storia e introduce una spiritualit\u00e0 tanto na\u00eff quanto speculativa<\/strong>. Cerca le sue risposte dove il Partito gli suggerisce, guarda ai proletari impegnati nella costruzione della casa sullo sterro, e quindi nella costruzione del socialismo, ma s\u2019imbatte soltanto in disillusione e fatica. Si rivolge all\u2019ingegnere Prusevskij, che con le sue competenze dovrebbe sapere come \u00e8 stato edificato il mondo, ma lui stesso \u00e8 confuso e sta anzi pensando di suicidarsi.\u00a0<strong>Vo\u0161\u010dev comprende il fallimento del socialismo e questa \u00e8 un\u2019<\/strong><em><strong>idea<\/strong><\/em><strong>, prima che una\u00a0<\/strong><em><strong>storia<\/strong><\/em>: il fatto che stia dentro una narrazione, dentro un romanzo, ne protegge gli stati crepuscolari, le zone grigie che se trattate nella prosa saggistica o nell\u2019informazione, attraverso le necessarie generalizzazioni della prima e la naturale pervasivit\u00e0 della seconda, rischierebbero di andare perse. Insomma, \u00e8 un sentire che va al di l\u00e0 dei concetti, legandosi a un\u2019ambientazione che funziona da apparato conoscitivo, da strumento. Alla fine Vo\u0161\u010dev abbandona le operazioni di costruzione della casa comune e si avvia verso le campagne. Qui il racconto assume i tratti di un realismo disturbante, ma l\u2019elemento paradossale che Platonov inserisce in questa parte, l\u2019orso-fabbro piegato al lavoro dell\u2019uomo e all\u2019ideologia, sembra tornare sulla questione dell\u2019impossibilit\u00e0 di contenere umanit\u00e0 e narrazioni dentro limiti brutalmente prescrittivi. La natura subisce la violenza del Partito: lo sterro ma anche l\u2019orso, l\u2019animale alienato dalla propria condizione, cos\u00ec come le vacche e le pecore ammazzate e mangiate dai kulaki che non vogliono lasciarle al Partito. Il mondo appare senza speranza, si pu\u00f2 solo provare a opporsi con quel che resta dentro di noi, sembra dire Platonov. Qui il realismo di Platonov arriva a picchi di brutalit\u00e0 ma di nuovo gli argini delle stilizzazioni del Partito, linguistiche e rappresentative, non possono tenere a lungo: il culmine si tocca quando compare un orso-fabbro, impiegato nei ritmi lavorativi degli uomini, sottomesso all\u2019ideologia. Non solo lo sterro che sottrae spazio alla natura, quindi, ma anche un animale alienato dalla propria condizione, cos\u00ec come le vacche e le pecore ammazzate e mangiate dai\u00a0<em>kulaki<\/em>\u00a0che non vogliono lasciarle al Partito. Il mondo appare senza speranza, colonizzato dall\u2019avvicendarsi insensato delle faccende umane e Vo\u0161\u010dev e i suoi compagni possono solo provare a resistere ascoltando quell\u2019unico pezzetto di libert\u00e0 che \u00e8 rimasto loro, da qualche parte tra il cuore e la mente. A Vo\u0161\u010dev l\u2019impulso dice che forse vale la pena guardarsi indietro, salvare il passato per vendicarsi di un presente desertificato e di un futuro che non \u00e8 nemmeno pi\u00f9 immaginabile: cos\u00ec si mette a fare una cosa che possiede un lirismo sommesso e una concretezza clamorosa, e cio\u00e8 inizia a raccogliere in giro vecchi oggetti appartenuti ai contadini. Il realismo di Platonov, qui, coglie impreparata la realt\u00e0, perch\u00e9 Vo\u0161\u010dev \u00e8 capace di averne una visione anagogica:<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\">\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abin nome della vendetta socialista aveva raccolto nel villaggio tutti gli oggetti miserabili, reietti, ogni inezia d\u2019una vita anonima e tutto ci\u00f2 che s\u2019era perso nella memoria. Quelle vecchie cose logore e pazienti un tempo erano state a contatto con la carne della razza dei braccianti, in quelle cose s\u2019era impresso per l\u2019eternit\u00e0 il peso d\u2019una vita a testa china, sperperata senza averne trovato il senso consapevole e finita senza gloria da qualche parte sotto la paglia di segala della terra\u00bb.<\/p>\n<\/blockquote>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E proprio qui, a questo punto del romanzo, mi \u00e8 accaduto di pensare che per tornare a parlare di libri in maniera profonda e complessa potemmo fare come Vo\u0161\u010dev, ribellarci alle rigidit\u00e0 del dibattito odierno che forse ambisce a costruire per tutti e tutte una grande casa comune dove potremo certamente vivere in pace, ma abitati da pensieri stilizzati, bene versus male e bello versus brutto, il conflitto non inteso pi\u00f9 come il concetto fulcro dello scambio quanto come una mortale minaccia per lo stesso. Come Vo\u0161\u010dev potremmo&nbsp;<strong>concentrarci sul senso della vita, e quindi sulla bellezza, rifiutando la sciatteria di opinioni tagliate con l\u2019accetta<\/strong>, rigettando posizioni e analisi che semplicemente ci rafforzano in ci\u00f2 che crediamo di sapere. Ho pensato alla differenza tra informarsi e formarsi, faccenda tanto cara a Luciano Bianciardi, e che vale anche per come pensiamo alla letteratura. Ho pensato che i grandi romanzi riescono a gettare la buccia del giorno oltre la siepe, a vivere in presenza di un realt\u00e0 coagulata. Virginia Woolf diceva che a mano a mano che si legge, ogni frase, ogni scena si illumina e il mondo allora sembra denudato dai suoi veli, consegnato a una vita pi\u00f9 intensa: cos\u00ec, chiuso il romanzo di Platonov, nel mio bar c\u2019erano tavoli da sparecchiare e orsi martellatori, questioni di comprensione e valori di giudizio, e un grande sterro dove accapigliarci sui grandi enigmi e sui paradossi irriducibili della letteratura mentre i contadini mangiano le proprie bestie per non cederle al potere, tutto insieme in quel preciso momento e davanti ai miei occhi, il mistero delle storie raccontate. Come un\u2019imminenza di rivelazione per la quale tuttora non possiedo parole adatte, come aver acceso, con questo articolo, un cerino nel mezzo dell\u2019impenetrabilit\u00e0 che ci circonda: ma Faulkner mi consolerebbe, perch\u00e9 non \u00e8 vero che un cerino non permette di vedere nulla, un cerino permette di vedere l\u2019oscurit\u00e0.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>[Questo articolo \u00e8 uscito su&nbsp;Limina Rivista&nbsp;il&nbsp;23 maggio 2023.] Mi piace molto leggere nei bar, non mi disturba il chiasso, non mi distraggono le chiacchiere dei vicini di tavolo o di chi indugia al bancone aspettando il caff\u00e8. 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